domenica 26 febbraio 2012

Ricominciamo

OFC Kickers Offenbach — Werder Bremen II, 3 : 0 ( 1 : 0 )
Classifica:
1. SV Sandhausen 49
2. VfR Aalen 49
3. Jahn Regensburg 42
6. OFC Kickers Offenbach 36 (almeno due partite in meno)

(Non ho trovato il video con la sintesi, abbiate pazienza)


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 26 febbraio 2012, alle 20:07 | Kigäääs!
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giovedì 23 febbraio 2012

No Country for Old Men

Joachim Gauck è il nuovo candidato alla presidenza della Repubblica Federale, gode dell’appoggio trasversale della maggior parte dei partiti tedeschi: è un brav’uomo, ha 72 anni, ama parlare di libertà. Quella che è riuscito a conquistare dopo la caduta del muro, facendo un grande lavoro ai fianchi del vecchio sistema prima del crollo, peraltro.
Voi là fuori avrete letto qualche cosa in rete domenica scorsa, o al più tardi lunedì, sui giornali, poi basta. Poi si è ripreso a parlare di finanziamenti alla Grecia, delle uscite del ministro delle finanze Schäuble, dei tedeschi bacchettoni.
Noi, qua dentro, siamo al quinto giorno di discorsi su Gauck e quel signore non è ancora presidente, lo diventerà il 18 di marzo.
Non è una cosa normale, non si tratta di un avvicendamento qualsiasi. Forse il presidente della repubblica, dopo l’affaire Christian Wulff, non è più solo un personaggio pressoché innocuo, rassicurante, gentile, sorridente, stringimani. Forse non esiste più il presidente inutile giusto per.

Ieri l’argomento Gauck è finito sui tavoli di legno di quella baracconata imperdibile che è il “mercoledì delle ceneri politico”: un appuntamento che i bavaresi hanno introdotto nel costume politico nazionale a memoria di un noto mercato del bestiame in cui, nel 1580, dopo aver rigovernato le bestie, si iniziarono a lanciare proclami politici davanti a delle gran birre.

Ieri tutti i partiti che sostengono la candidatura di Gauck hanno fatto grandi lodi dai banchi della fiera: «è il candidato perfetto, il successore più indicato». Ognuno si è attribuito il merito di averlo scelto, ognuno vive nella convinzione di avere vinto. Paranoie di palazzo, giochini tra politici, robetta. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 23 febbraio 2012, alle 15:43 | Roba politica
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domenica 19 febbraio 2012

Terzo: (Mercy)



Gnade
, cioè ‘Pietà’, di Matthias Glasner era il terzo film tedesco in concorso alla Berlinale. È una storia triste, l’ennesima in questa edizione supermolle, farcita come sempre di cinema verità, e come non mai di disgrazie famigliari, intrecci zoppi e finali tecnicamente sbagliati.
Certo, è la Berlinale, non è Tribeca o il Sundance: vincerà* qualche lungometraggio del Buthan sulla vita serena di un dentista di campagna sul tetto del mondo, lo sappiamo. Ma poi si corre tutti a vedere le uniche due pellicole americane in gara per compensare: per godere dell’assenza di sbavature, per stare seduti un paio d’ore al buio di fronte alla qualità; e la storia, il regista, la produzione non importano più.

Gnade non è né bello né brutto: è un film lungo, ambientato in Norvegia; è un dramma che si svolge dentro a un documentario del National Geographic. Lo capisce tutto e bene solo un insider che vive e partecipa al flusso pop di questo paese. Mi spiego. Il soggetto è ispirato da un fenomeno sociale recente e molto noto; è il racconto di un pezzo della vita di una famiglia tedesca di quarantenni che ha deciso di emigrare. Succede, abbastanza spesso. Generalmente chi parte appartiene alla middle class dei tecnici: persone che hanno una formazione professionale altamente qualificata — installatori di pale eoliche, infermieri specializzati, falegnami carpentieri, saldatori dell’industria pesante, manovratori di macchine speciali, cose così. La qualità dei tecnici formati in Germania è molto ricercata e ben pagata all’estero, sia nell’Europa del nord che in Australia o negli Stati Uniti. Così chi si è rotto del grigiume e dei quindici gradi umidi per nove mesi all’anno parte con la famiglia e lì dove arriva, di solito, trova e ricomincia. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 19 febbraio 2012, alle 11:23 | Orsi d'argento
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giovedì 16 febbraio 2012

Secondo: (Home For The Weekend)

Was Bleibt è il secondo film tedesco in concorso alla Berlinale ed è esattamente uguale al primo. Cambiano il regista, Hans-Christian Schmid, il carrozzone degli attori, la geografia e il problema.
Was Bleibt
, che in inglese è diventato ‘A casa per il fine settimana’ quando la traduzione letterale ‘Cosa resta’ ci stava benissimo, è un film sull’amore. L’amore che non si riesce a dire, quello su cui non si sa discutere, quello tra consanguinei, quello che nei piani dovrebbe tenere in piedi le famiglie ma finisce per rivelarsi un artificio appiccicoso, visto che gli agglomerati sociali non sono istituzioni emotivamente o gerarchicamente statiche nel tempo.
Was Bleibt è un bel film da prima serata del lunedì, una cosa per la televisione, magari a episodi, ché di drammi famigliari così ce ne sono troppi per riuscire a metterli in 85 minuti di cinema, fare il capolavoro e seguire con cura tutti i fili che si tendono nell’azione.

È la storia arcinota di mamma e papà che stanno insieme per inerzia. Mamma è a casa, depressa forte; cucina da anni per riempire il senso mentre papà è appena andato in pensione, ha la barca a vela — gli hobby dei maschi da soli — e da due anni ha un’altra. I figli, due, sono belli, studiati, pettinati, coccolati: il maggiore è un giovane padre già separato, uno scrittore in erba famoso nella capitale; il minore ha una fidanzata che lo tiene in piedi, altrimenti chi lo sa. Insomma, una famiglia borghese, come quella di Ettore Scola. Solo una famiglia di oggi, nella provincia attorno a Bonn (il Reno, le colline, i boschi, il tempo malinconico, i blu, i grigi e i marroni) dove negli anni ’50 le vacche hanno lasciato il posto alla politica e dai ’60 è nata una società civile sufficientemente colta e benestante per saper vedere cosa non va, per elaborare la guerra, il nonno nazista e cercare nuovi orizzonti.
Così mamma e papà sono due standard della loro epoca, si fanno chiamare per nome dai figli, sono Gitte e Günther, due amici grandi; la casa è piena di libri — non solo perché papà faceva l’editore, nel box c’è ancora una due cavalli bianca.

I tempi sono passati: sul tavolino del salotto c’è una copia della F.A.Z., fuori, sul vialetto, una Mercedes. E in tutto il film c’è il problema di una vita: l’amore che se n’è andato e non si capisce mai cosa resta.
Poi non c’è tempo, la pellicola costa. Così uno esce e si ritrova un po’ di materiale per pensarci su, almeno fino al prossimo cinema: la fatica di vedere film tedeschi, appunto.

E qui c’è una clip dal film.

Foto: Komplizen-Berlin


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 16 febbraio 2012, alle 09:26 | Orsi d'argento
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domenica 12 febbraio 2012

Primo: Barbara

Barbara di Christian Petzold è uno dei film in concorso alla ‘Berlinale’. È un film tedesco straclassico: per il marchio di fabbrica più che per la nazionalità di regista attori, produttori e tutto il resto.
Uno che esce da una scuola di cinema qui, sa come si fa a fare un film come Barbara: niente colonna sonora, la percezione della natura in sottofondo, le voci della radio, gli alberi che si sanno distinguere almeno per nome e foggia, le pause, il vento, la scena al crepuscolo, tutto preciso; sai che modello d’auto sta passando anche se non si vedono macchine in sequenza, il design delle lampade definisce l’epoca in cui si svolge l’azione. La tensione è centellinata, ci sono due o tre momenti obbligatori di ironia, ogni sorpresa è preparata, il finale si accenna solo appena.

Detto questo, Barbara è un po’ un bel film e un po’ una palla; rientra nella categoria attrezzi utili per portare avanti, ad ogni secondo che passa — da vent’anni e oltre, l’elaborazione del lutto di un sistema politico, di un modo di vivere, che non c’è più; da un lato e dall’altro del paesone riunificato, nel bene e soprattuto nel male.

Good Bye Lenin e Le vite degli altri sono film noti ai più; l’occhio si è abituato a un certo tipo di atmosfera di Repubblica Democratica.
È un’atmosfera di fuga dal cinema da Traumfabrik, in cui gli oggetti di scena recuperati in soffitta servono ad aprire l’album dei ricordi e a liberare umanità a mazzi: roba costretta ad esistere per molto tempo solo nell’intimità di qualche cucina, a non avere uno spazio pubblico libero per diventare, casomai, materiale cinematografico.
Ecco, Barbara è un altro film di riconquista dell’umanità disimparata; per tutto il tempo ci si sente come quando si sono visti gli altri due e si spera che tra dieci anni portino sullo schermo storie completamente diverse. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 12 febbraio 2012, alle 18:00 | Orsi d'argento
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sabato 11 febbraio 2012

Il bello della tv pop (in chiaro) degli altri

Ieri è andata in onda l’ultima puntata della prima edizione del talent show canterino The Voice of Germany. Una roba di una perfezione assoluta, l’intrattenimento come deve essere per funzionare: veloce, abbastanza tamarro, teatralissimo, sensato; un’anticamera ben arredata prima delle baracconate della tv country e un po’ sfigata del prime time tedesco del sabato sera.
Va così: di venerdì c’è qualità a pacchi su almeno tre, quattro canali; al sabato invece uscite, che è molto meglio.
The Voice of Germany è un’altra invenzione di Jon de Mol, l’originale si chiama The Voice; è andato in onda su SAT.1 e funzionava così: una giuria di cantanti professionisti seleziona dei concorrenti ascoltandoli soltanto, girata di spalle; quelli che passano il turno possono scegliere un giurato come coach e poi si fa un garone per riempire un po’ di puntate. Ospiti internazionali, duetti con i giurati, tutto perfetto, cori, sfide, voci incredibili, televoto a manetta.
Ha vinto la più brava, Ivy Quainoo. Adesso pigiate qui e mettete forte.


PEZZO DI Tommaso Lana, sabato 11 febbraio 2012, alle 19:23 | Telefunken
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giovedì 9 febbraio 2012

Animali morti, un paio di scandali e poco più

Questo pezzo è uscito ieri sul sito della rivista Il Mulino.

Due anni fa il figlio di David Lynch, Austin, è partito da Los Angeles per la Germania portando con sé una telecamera e un amico fotografo; arrivato sul posto ha noleggiato un furgone e si è messo a girare il paese in lungo e in largo intervistando persone.

Oggi Interview Project Germany è il modo migliore per conoscere qualche cosa di autentico e contemporaneo sulla Germania; è uno strumento di facile accesso, complementare all’informazione più classica — politica, economia e curiosità — che già ci arriva dai media tradizionali. Lo si può visitare da casa, senza sapere una parola di tedesco, via internet.
Per poter vedere e capire l’
Interview Project Germany è necessario avere una connessione abbastanza veloce alla rete e sapere un po’ di inglese. Questo può rappresentare un limite per molti potenziali utenti. La soluzione possibile c’è e viene già praticata, in parte: il media tradizionale, il quotidiano per esempio, si fa interprete del materiale presente in rete e fornisce al lettore un’immagine o una storia del luogo, delle persone, della situazione che sta raccontando, il più possibile completa e obiettiva.

Diffondere una notizia dall’estero, se si lavora per la carta stampata, è una cosa sempre più complessa: l’errore in cui si cade più spesso è dare per scontato che il bagaglio visivo del lettore possa creare, in fase di ricezione, un contesto verosimile. Ci sono immagini ovunque e si pensa che chiunque le abbia viste. Non è così. Per questo motivo esiste ancora l’inviato, che è lì, sul posto: dovrebbe raccontare quello che vede, non solo quello che succede. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 9 febbraio 2012, alle 17:02 | scarti
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martedì 7 febbraio 2012

in/compatibile

Siamo ai fenomeni, al Barnum contemporaneo. Chi capisce il testo si ribalta, chi non lo capisce, anche. Un genio, un pazzo.


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 7 febbraio 2012, alle 08:51 | scarti
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domenica 5 febbraio 2012

Di più non va

Rot-Weiß Oberhausen — OFC Kickers Offenbach, 1 : 1 ( 1 : 0 )
Classifica:
1. SV Sandhausen 43
2. VfR Aalen 40
3. Jahn Regensburg 38
6. OFC Kickers Offenbach 33 (una partita in meno)


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 5 febbraio 2012, alle 19:53 | Kigäääs!
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giovedì 2 febbraio 2012

I mostri festanti dell’era post-ACTA

Mi sono letto un po’ di cose: l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement è un affare complesso. Non sembra solo un accordo anticontraffazione per tutelare i produttori di rubinetti della provincia di Novara. È impreciso, come tutti gli artifici. Sembra studiato da un ordine di vecchi commercianti col camice marrone e gli occhiali col cordino: «Desidera?». È una strigliata per gli altri attori del mercato: i clienti, sempre meno disciplinati, sempre più furbi, «questi mascalzoni». Roba messa giù dura, da «adesso vi facciamo vedere noi chi comanda» urlato da dietro un bancone di bottega.
ACTA è un accordo senza contorni definiti, che non sai come può andare a finire; è un dado da venti: imporre vecchie regole, mentre la società si è già abituata ad altre. È un po’ la negazione del presente e anche della natura delle cose. Qualcuno aveva perso malamente il controllo, ora prova a riprenderselo.

C’è chi festeggia, naturalmente: i paggi dell’antimodernità si lustrano le scarpe, cotonano le parrucche, ché presto si torna alla pasta madre, al telefono a disco, alla busta chiusa con la ceralacca. Non hanno capito nulla, di nuovo, non sanno leggere, come sempre; cavalcano una situazione ambigua per ribadire quanto è bella la tradizione, il vecchiume, quanto odiano la società presente e il suo simbolo più rappresentativo: internet, quella diavoleria.

Qui c’è Ansgar Heveling, un parlamentare quarantenne della CDU, un politico della maggioranza, uno mai sentito. È uno dei membri della ‘Commissione d’Inchiesta per Internet e la Società Digitale’ (ne ho parlato qui), ma emerge dall’anonimato più totale. Si parla di lui da quando l’Handelsblatt ha pubblicato una sua tirata:

«Società della rete, perderete la vostra battaglia!»

Anche il sottotitolo non è male:

«Cara società della rete, il web 2.0 ormai è storia.
La rivoluzione dei “maoisti digitali” sta fallendo.
Resta da sapere a quanto ammontano i danni»
.

Che verve, che spirito, che chiarezza. Era lunedì. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 2 febbraio 2012, alle 15:58 | Internètz
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