domenica 6 maggio 2012

Al grande raduno dei loggionisti

re:publica è un grosso contenitore di tante cose che succedono in rete. Una volta all’anno ci si trova a Berlino per tre giorni di fila e si fa il punto della situazione, lo stato dell’arte.
Si incontrano i blogger, le persone più o meno note che stanno dietro a cose digitali grandi e piccole, si aggiorna il sitema metrico per valutare quanto si è nerd, o semplici impallinati, o solo curiosi dei contenuti della rete.
L’altro giorno ero lì, ne ho parlato in un’intervista alla radio. Sia io che la mia interlocutrice Marina Petrillo abbiamo iniziato a raccontarci cose di politica tedesca, di Germania in generale e di governo mondiale della rete; forse perché di questi temi si parla troppo poco in radio, in Italia, forse perché serviva dare un contesto, non so.

Dell’ultima re:publica si potrebbe fare un racconto lungo giornate intere, oppure dire solo una cosa. È stata bella, ben organizzata, internazionale, importante. Non più per la qualità degli interventi e l’importanza degli ospiti: niente Jeff Jarvis, niente Mitchell Baker, niente Gunter Dueck, per dire.
Quest’anno a re:publica non c’erano superstar vere, quelli che pensavano di esserlo almeno a livello nazionale, tipo Kathrin Passig, hanno portato con sé un campionario di insolenza e poco altro, altri che non lo erano — il portavoce di Angela Merkel Steffen Seibert, per esempio — lo sono diventati.

Va così: re:publica è cambiata. Le lezioni spettacolari sono state pochissime, c’erano anche meno americani, va detto, quelli che lo show lo sanno fare. Quasi nessuno degli oratori è venuto per condividere proposte su cose nuove da fare in rete, non c’era il grande laboratorio delle idee come nelle edizioni precedenti. Invece hanno funzionato bene le interviste multiple e i dibattiti: bravi gli ospiti, bravissimi i vari moderatori, tutti blogger.
C’erano otto palchi. Ho assistito a molti interventi pessimi, ad altri preparati male, semplicemente noiosi. Gli accademici, tanti, tedeschi, soprattutto chi insegna giornalismo, hanno messo in scena montagne di limiti, insicurezze e bisogno di copiare invece che innovare, ché con gli attrezzi vecchi si lavora male e non basta più dire «Diskurs» per far partire gli applausi. E no. Ci hanno provato, ma non funzionava.

Ecco, sembra il racconto di un disastro: non lo è. Quest’anno re:publica è stata una figata, perché il pubblico ne sapeva molto di più di chi era lì per parlare, aveva domande e risposte migliori, ha tirato in mezzo anche i curiosi, parecchi, un po’ spaesati alla loro prima. E ha funzionato per questo, ché la gente era la rete e gli altri anche, ma molto meno, e ascoltavano. Cose belle, per una volta.

Qui ci sono le foto (via @bastiankbx). Qui ce ne sono altre.
E qui ci sono i video dal canale ufficiale di #rp12.


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 6 maggio 2012, alle 19:12 | Internètz
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