domenica 3 febbraio 2013

Il mescolone, ovvero: primi test di modernità

Sono passate quasi due settimane dall’inizio di una cosa che i giornali e la tele chiamano ‘dibattito sul sessismo’. Mi sono fatto un’idea, in parte sul presunto dibattito, molto di più sul modo in cui il fenomeno in corso viene raccontato ai tedeschi, a chi non è tedesco e sa l’inglese, a tutti gli altri.
Scrivo dopo aver letto il pezzo di Angela Manganaro sul Sole 24 Ore che parla del dibattito raccontando di un «putiferio», cioè, stando a G. Devoto e G. C. Oli, un ‘litigio rumoroso e violento’, che pare si sia «scatenato» proprio qua.
Per chi arrivasse solo ora, racconto anche il precedente, a modo mio, come hanno fatto tutti gli altri fin qui, del resto.
Stern è un settimanale di carta patinata fatto di servizi con fotografie a tutta pagina e qualche reportage, non fa più i grandi numeri di una volta, ma — dice Wikipedia — riesce comunque a raggiungere più o meno 7 milioni e mezzo di lettori a botta, cioè più di un tedesco su dieci, senza contare il traffico dell’edizione online. Nel numero della scorsa settimana Stern ha pubblicato il ritratto di un politico sapendo benissimo di stare puntando a tutt’altro: forse a montare uno scoop partendo da una minuzia di gossip, diminuire il numero dei resi (c’è la crisi della carta) e magari tornare anche a far parlare di sé, almeno per un po’.
Il ritratto uscito su Stern di Rainer Brüderle (FDP), conservatore di vecchia data, oggi candidato premier per il suo partito dopo il controverso esito delle ultime elezioni regionali, non c’è: lì dentro c’è la cronaca dell’incontro tra quel politico e la giornalista autrice del pezzo, la quale racconta di essere stata costretta a difendersi dalle imbarazzanti moine del suo intervistato, che ci ha provato, male, facendo allusioni a parti del corpo, ripetutamente: una pena. Nel breve testo c’è la storia di un sopruso sul luogo di lavoro associato a un giudizio definitivo su un maschio, lui, quello, Rainer Brüderle. E poi c’è il contesto: la cosa risale a oltre un anno fa, l’incontro è avvenuto nel bar di un albergo, di notte, a lavoro finito, il giorno prima di un importante evento politico del partito di Brüderle. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 3 febbraio 2013, alle 11:27 | Internètz
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domenica 6 maggio 2012

Al grande raduno dei loggionisti

re:publica è un grosso contenitore di tante cose che succedono in rete. Una volta all’anno ci si trova a Berlino per tre giorni di fila e si fa il punto della situazione, lo stato dell’arte.
Si incontrano i blogger, le persone più o meno note che stanno dietro a cose digitali grandi e piccole, si aggiorna il sitema metrico per valutare quanto si è nerd, o semplici impallinati, o solo curiosi dei contenuti della rete.
L’altro giorno ero lì, ne ho parlato in un’intervista alla radio. Sia io che la mia interlocutrice Marina Petrillo abbiamo iniziato a raccontarci cose di politica tedesca, di Germania in generale e di governo mondiale della rete; forse perché di questi temi si parla troppo poco in radio, in Italia, forse perché serviva dare un contesto, non so.

Dell’ultima re:publica si potrebbe fare un racconto lungo giornate intere, oppure dire solo una cosa. È stata bella, ben organizzata, internazionale, importante. Non più per la qualità degli interventi e l’importanza degli ospiti: niente Jeff Jarvis, niente Mitchell Baker, niente Gunter Dueck, per dire.
Quest’anno a re:publica non c’erano superstar vere, quelli che pensavano di esserlo almeno a livello nazionale, tipo Kathrin Passig, hanno portato con sé un campionario di insolenza e poco altro, altri che non lo erano — il portavoce di Angela Merkel Steffen Seibert, per esempio — lo sono diventati.

Va così: re:publica è cambiata. Le lezioni spettacolari sono state pochissime, c’erano anche meno americani, va detto, quelli che lo show lo sanno fare. Quasi nessuno degli oratori è venuto per condividere proposte su cose nuove da fare in rete, non c’era il grande laboratorio delle idee come nelle edizioni precedenti. Invece hanno funzionato bene le interviste multiple e i dibattiti: bravi gli ospiti, bravissimi i vari moderatori, tutti blogger.
C’erano otto palchi. Ho assistito a molti interventi pessimi, ad altri preparati male, semplicemente noiosi. Gli accademici, tanti, tedeschi, soprattutto chi insegna giornalismo, hanno messo in scena montagne di limiti, insicurezze e bisogno di copiare invece che innovare, ché con gli attrezzi vecchi si lavora male e non basta più dire «Diskurs» per far partire gli applausi. E no. Ci hanno provato, ma non funzionava.

Ecco, sembra il racconto di un disastro: non lo è. Quest’anno re:publica è stata una figata, perché il pubblico ne sapeva molto di più di chi era lì per parlare, aveva domande e risposte migliori, ha tirato in mezzo anche i curiosi, parecchi, un po’ spaesati alla loro prima. E ha funzionato per questo, ché la gente era la rete e gli altri anche, ma molto meno, e ascoltavano. Cose belle, per una volta.

Qui ci sono le foto (via @bastiankbx). Qui ce ne sono altre.
E qui ci sono i video dal canale ufficiale di #rp12.


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 6 maggio 2012, alle 19:12 | Internètz
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giovedì 19 aprile 2012

L’etica protestante e la roba che la se paga no (1)

L’altro giorno ho comprato Wired, l’edizione tedesca, quella un po’ strana: è un semestrale con la struttura e il formato del mensile; non funziona benissimo. Speravo di trovare un numero monografico sull’unico argomento di dibattito delle ultime settimane, a cui — visto il nulla in giro — qui si è dedicata tutta la stampa d’opinione: il copyright online.
Be’, il titolo in copertina c’era, poi dentro al giornale il taglio apocalittico del ‘Web di fronte al black out’ è morto tra le righe di un pezzo abbastanza noioso sul potere delle lobby, con un paio di accenni ad ACTA, senza mai arrivare al punto, che però c’è e ha senso raccontare.

In Germania il dibattito sul copyright online e la fruizione più o meno legale di opere è iniziato sui giornali per poi spostarsi in rete, come in Italia. La differenza più evidente è che qui c’è il Partito dei Pirati in forte ascesa e la politica è parecchio irrequieta.
In Italia, come altrove, si gioca un altro campionato: mancano i protagonisti o i bersagli, se vogliamo.

Qualche settimana fa su La Lettura è uscito il pezzo di Vincenzo Latronico a favore dello scaricamento illegale dei libri a cui ha risposto Matteo Bordone dalle pagine online di Wired Italia; poi è uscito il video dei cantanti contro la pirateria digitale; e poi si è fatto altro, direi.

Qui invece da un po’ di tempo c’è un movimento di ragazzi col computer che, stando agli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto, si trova ora al terzo posto sotto i partiti storici SPD e CDU. Allora la discussione assume un carattere differente: non si parla più solo di etica e diritti in rete.
Il dibattito pubblico sul copyright digitale ha trovato una via maestra baraccona e disinformata che ha rubato da subito la scena a un paio di personaggi competenti noti soprattutto in rete i quali, mentre sui giornali c’era lo show del sentito dire, hanno scritto due o tre cose importanti sull’argomento: roba buona, non solo per i tedeschi.
In sintesi, il tutto è andato più o meno così. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 19 aprile 2012, alle 23:22 | Internètz
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giovedì 2 febbraio 2012

I mostri festanti dell’era post-ACTA

Mi sono letto un po’ di cose: l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement è un affare complesso. Non sembra solo un accordo anticontraffazione per tutelare i produttori di rubinetti della provincia di Novara. È impreciso, come tutti gli artifici. Sembra studiato da un ordine di vecchi commercianti col camice marrone e gli occhiali col cordino: «Desidera?». È una strigliata per gli altri attori del mercato: i clienti, sempre meno disciplinati, sempre più furbi, «questi mascalzoni». Roba messa giù dura, da «adesso vi facciamo vedere noi chi comanda» urlato da dietro un bancone di bottega.
ACTA è un accordo senza contorni definiti, che non sai come può andare a finire; è un dado da venti: imporre vecchie regole, mentre la società si è già abituata ad altre. È un po’ la negazione del presente e anche della natura delle cose. Qualcuno aveva perso malamente il controllo, ora prova a riprenderselo.

C’è chi festeggia, naturalmente: i paggi dell’antimodernità si lustrano le scarpe, cotonano le parrucche, ché presto si torna alla pasta madre, al telefono a disco, alla busta chiusa con la ceralacca. Non hanno capito nulla, di nuovo, non sanno leggere, come sempre; cavalcano una situazione ambigua per ribadire quanto è bella la tradizione, il vecchiume, quanto odiano la società presente e il suo simbolo più rappresentativo: internet, quella diavoleria.

Qui c’è Ansgar Heveling, un parlamentare quarantenne della CDU, un politico della maggioranza, uno mai sentito. È uno dei membri della ‘Commissione d’Inchiesta per Internet e la Società Digitale’ (ne ho parlato qui), ma emerge dall’anonimato più totale. Si parla di lui da quando l’Handelsblatt ha pubblicato una sua tirata:

«Società della rete, perderete la vostra battaglia!»

Anche il sottotitolo non è male:

«Cara società della rete, il web 2.0 ormai è storia.
La rivoluzione dei “maoisti digitali” sta fallendo.
Resta da sapere a quanto ammontano i danni»
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Che verve, che spirito, che chiarezza. Era lunedì. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 2 febbraio 2012, alle 15:58 | Internètz
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venerdì 21 ottobre 2011

Mentre ero all’Africa

Non è successo nulla. Niente che non si sia letto anche in Italia, magari con un po’ di sensazione in meno, soprattutto su Merkel e borse, ché le cose sono complicate ed è meglio dire la verità adesso che dimettersi domani o dopo. Al comune di Berlino stanno facendo la grande coalizione della sicurezza mentre Occupy Berlin è forte come bere un’acqua e menta.
Poi, il giorno prima che partissi per la Tanzania, gli impallinati del Chaos Computer Club hanno trovato un cavallo di Troia marchiato con l’aquila federale in un pc. Non sono riuscito a scrivere nulla sul blog; mi sono appuntato una cosa mentre ero via, ecco:

Cari ministri dell’interno della Repubblica Federale Tedesca in carica dal 2008 a oggi,
perquisire un computer di un sospetto trafficante di sonniferi, anestesie, pastiglie o altro all’aeroporto di Monaco di Baviera è cosa che forse si fa di prassi e va tutto bene. Ma caricargli senza dir nulla un cavallo di Troia intero che ogni trenta secondi fa una foto di tutto ciò che passa sullo schermo e la manda zitto zitto a un server in America è una cosa abbastanza grave, ché poi succedono robe che non puoi controllare e adesso ci sono in giro un sacco di figli di cavalli di Troia marchiati con l’aquila che copiano dati a caso da computer a caso e ve li mandano.
Se volete guardar dal buco, fare cose anticostituzionali, vedere quanto sono fighi quelli dell’internét, fatelo: si chiama spionaggio, ed è più vile di qualsiasi legge bavaglio.

Foto: ajrob


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 21 ottobre 2011, alle 14:07 | Internètz
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giovedì 8 settembre 2011

un Wiredino

io — ha per caso Wired?
edicolante — cos’è?
io — è un giornale nuovo, esce insieme a un mensile per uomini.
edicolante — qui porno non ne abbiamo.
io — sì, ma Wired è una roba di tecnoligia, un inserto di QC, CQ, non so bene nemmeno io.
edicolante — no guardi, mai sentito. Noi maschili ne teniamo pochi. Vada a vedere in stazione. Lì hanno tutto.

Così è uscito il numero zero, la copia test di Wired Germania. Strabello, davvero. Con la copertina ruvidina e porosa, con l’odore del Wired fresco di stampa, come in Italia, come in America.
130 pagine: piccolo. Ci sono solo articoli fatti bene, due o tre figate, le infografiche, gli extra per l’iPad; il direttore coraggioso che nel suo editoriale parla di aver sconfitto la ‘German Angst‘, di essere riuscito a mettere un prodotto nuovo sul mercato già saturo dell’editoria da edicola.
Dice: è una copia test. Ci hanno messo dentro il meglio del mondo dei geek e della rete: i blogger più famosi, gli autori televisivi di programmi tecnologici, i giornalisti che scrivono di nuovi media sulle testate nazionali ­— anzi, strano che manchi Sascha Lobo — i top tweeter tedeschi, il filosofo dell’IBM Gunter Duek, che è un grand’uomo, un pezzone di Jeff Jarvis e anche Julia Probst, che è sorda, legge il labiale dei calciatori e lo mette sul suo blog. Insomma, tutto in un numero.

Mancano forse gli hacker Berlin based di Anonymous, Domscheit-Berg e il Chaos Computer Club; lo dico perché nell’editoriale il direttore parla di «darknets», di favelas della rete ma non si capisce bene cosa intenda. Poi parlando di rivoluzione energetica — credo si riferisca a quella in corso dopo la decisione del governo Merkel sul nucleare — dice un’altra cosa: «presa d’atto disincantata: le centrali atomiche ci manterrano ancora per decenni». Va be’, messo così tra le intenzioni del giornale, chissà cosa voleva dire veramente.

Wired Germania è uscito in allegato a GQ — ecco come si chiamava — un giornale per l’uomo. Allora, non mi metto a fare il femminista da vetrina, però questa cosa mi sembra una gran cagata: perché un buon numero zero non può finire solo nelle mani di una selezione di lettori e perché la tecnologia non è un hobby e non si può più classificare nel reparto degli intrattenimenti del maschio anni ottanta come fosse il traforo o il modellismo ferroviario. E poi a me di Justin Timberlake che racconta del sesso senza amore nella storia di copertina non interessa una cippa di niente.

PS: ecco, poi mancherebbe la rubrica ‘Macchine domestiche’ che in effetti è inclonabile: i tedeschi non hanno Matteo Bordone; nemmeno gli americani.

Foto: edwardk662


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 8 settembre 2011, alle 14:10 | Internètz
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giovedì 11 agosto 2011

Non ci capisco niente ma mi piace l’idea

Daniel Domscheit-Berg ha trentatre anni, è magro, alto, porta una barba folta, degli occhiali piccoli, la fronte alta. Faceva il portavoce di Wikileaks per la Germania. Alla fine di un litigio con Julian Assange ha lasciato l’organizzazione, ci ha scritto un libro che ha venduto benino e contemporaneamente ha messo in piedi un nuovo progetto di scambio anonimo di informazioni riservate che ha chiamato Openleaks.

Daniel Domscheit-Berg è un nerd in gamba, l’ho sentito parlare una volta sola alla blogfest dei tedeschi, che si chiama re : publica e ci sono rimasto (qui c’è il suo intervento integrale, in inglese).
Vedi uno che potrebbe essere stato il tuo compagno di banco delle medie che di lavoro fa delle cose al limite della legalità mentre presenta al pubblico le sue idee di scambio di informazioni rivolte ad una stampa consapevole e a organizzazioni non governative con le palle. E ti monta l’ammirazione al cubo. Continua a leggere >



martedì 9 agosto 2011

Parola turna indré


Quello che ho scritto ieri non vale proprio un bel niente, perché il ministro degli interni Hans-Peter Friedrich — dice una portavoce del ministero — è stato frainteso, interpretato in maniera erronea.

Però. Facile così.


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 9 agosto 2011, alle 08:49 | Internètz
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lunedì 8 agosto 2011

«Luigi, anzi Gianluigi. Gianluigi Bombatomica»

Da qualche ora sta girando in rete un articolo uscito sull’edizione internazionale di Spiegel Online intitolato ‘Internet Evolution: The War on Web Anonymity’.
Il pezzo nasce sull’onda delle reazioni della blogosfera all’intervista del ministro dell’interno tedesco Hans-Peter Friedrich uscita due giorni fa sull’edizione cartacea dello Spiegel.
Su uno dei numeri che vendono di più nell’arco dell’anno, ché il tedesco al mare si compra Der Spiegel per passare il tempo, il ministro degli interni ha detto questo:

Autori di omicidi motivati da uno sfondo politico come Breivik trovano al giorno d’oggi una grande quantità di tesi indistinte e radicaleggianti soprattutto su internet; lì possono volare di blog in blog e finiscono per muoversi solamente in questo brodo mentale.

La proposta di Hans-Peter Friedrich è porre fine all’anonimità in rete per conoscere finalmente i nomi e cognomi di tutti quelli che mettono roba su un server.
La cosa, in sé, non è nuova: i grandi motori della rete hanno già provato ad affrontare l’argomento, facebook anche. Continua a leggere >



martedì 2 agosto 2011

One in 3,4 Million

Nel mondo ci sono delle città che, anche dopo mille tentativi, restano lì, incatenate al loro passato e non riescono a liberarsi da sole. Quelli che provano a dare un colpo di tronchesino di solito fanno danni.
Questa è la cosa meno avvelenata che mi viene da dire per raccontare una roba che succede a Berlino.
A me non piace scrivere di questa città, perché ne parlano già tutti con un entusiasmo tale che va sempre a finire che io ne parlo male.

La solfa è più o meno sempre la stessa e ha come unico ingrediente l’esclusività: dal kebab, alla gnocca, al tram quella città deve essere un’eruzione di prototipi. Vedete, non riesco nemmeno a scrivere il nome, ho bisogno di un espediente, la chiamerò Nesci. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 2 agosto 2011, alle 19:46 | Internètz
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