giovedì 7 marzo 2013

Agnello di Bach che togli i peccati eccetera

Questo è Ludwig van, un film scritto e girato da Mauricio Kagel, uno che nella sua vita ha fatto tante cose tutte bene. È un pezzo di Repubblica Federale Tedesca nel 1969, quando a Riccione c’era il Frankfurt Bar.


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 7 marzo 2013, alle 23:05 | Orsi d'argento


sabato 3 novembre 2012

Carne, pesce, tutto, sempre

Ho visto ‘La misura del mondo’ (Die Vermessung der Welt), il nuovo film di Detlev Buck. Buck è un produttore, regista e attore tedesco. In Italia è sconosciuto, ma poco importa. ‘La misura del mondo’ è una commedia tratta dall’omonimo romanzo di Daniel Kehlmann che invece in Italia è tradotto, ha un pubblico e non è stato un flop come altri autori tedeschi anche più bravi: cito Sven Regener, per fare il nome su tutti.
Il romanzo, narrato con grande ironia, è un intreccio delle biografie del matematico e fisico Carl Friedrich Gauss e dello scienziato Alexander von Humboldt. È la storia di due geni molto diversi tra loro e funziona semplicemente perché non diventa mai un polpettone illuminista settecentesco. È piaciuto più o meno a tutti — se si escludono gli storici della matematica, che sono undici in tutto il mondo, però. Nell’Europa di lingua tedesca ha venduto un milione e mezzo di copie e sette anni dopo la prima uscita è ancora un caso letterario. E allora un giorno la Warner ci ha messo i soldi, le canzoni e ha fatto un film.
Detlev Buck non è Herzog, non è Wenders, e uno ci basta, per carità, e non è nemmeno Tom Tykwer (quello di ‘Lola corre‘): Buck è semplicemente un regista tamarro e ha fatto un bel film tamarro.
Ci sono due protagonisti geniali, uno è ricco, l’altro è povero, che fanno cose, scoprono nuovi mondi o dimensioni di calcolo irrazionale dentro a scene in costume. Di roba così ne abbiamo vista tanta e allora è troppo facile uscire dal cinema e dire che vi è sembrato di vedere una storia che iniziava ‘Amadeus’ ed è finita ‘Shakespeare in Love’, perché è così che ce la si può immaginare leggendo il romanzo. Buck forse si è sentito circondato da commenti di questo tipo già prima di fare il film; allora si è messo lì e ha preparato la difesa: cannonate di citazioni, piccoli esperimenti, trucchi resi in digitale, ma presi in prestito dal repertorio dell’animazione analogica; insomma, c’è tutto, troppo, come se fosse l’ultimo film, prima della fine.
È il bello dei film tedeschi tamarri, sono dei grandi ripieni: c’è sempre un po’ di teatro di Brecht, che, dipendesse da me, potrebbe anche essere ridotto alla scena finale della ‘Vita di Galileo’ — e Buck, infatti, ce la mette — e un’ultima scena (non c’è possibilità di spoiler con questo film, davvero) piazzata lì per vendere una canzone di Kristina Train (dovete sapere che i registi crucchi hanno enormi problemi con i finali) che in pratica è ‘A Whiter Shade Of Pale’ dei Procol Harum ma adattata a una suite molto nota: non sapendo come chiudere un film biografico su dei geni, «J.S. Bach in versione Enya andrà molto bene», avranno pensato.
Fin qui questo aggeggio funziona e al cinema si va anche per vedere cose così. Poi il 3D in un film in fondo totalmente piatto e molto classico non ha senso. E la scelta di affidare il ruolo di narratore direttamente a Daniel Kehlmann, nell’originale tedesco, è davvero infelice: per intendersi, siamo dalle parti di Massimo Gramellini quando legge robe sue da Fazio. Semplicemente, non va.
Visto il successo del romanzo di Kehlmann, è possibile che il film esca anche in Italia. Oppure no. E allora, ecco quanto basta:


PEZZO DI Tommaso Lana, sabato 3 novembre 2012, alle 00:56 | Orsi d'argento
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lunedì 9 aprile 2012

Le cose meravigliose

Si chiama La grande estasi dell’intagliatore Steiner.
È un documentario di Werner Herzog del ‘74. Ed è bellissimo.


PEZZO DI Tommaso Lana, lunedì 9 aprile 2012, alle 09:20 | Orsi d'argento
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domenica 19 febbraio 2012

Terzo: (Mercy)



Gnade
, cioè ‘Pietà’, di Matthias Glasner era il terzo film tedesco in concorso alla Berlinale. È una storia triste, l’ennesima in questa edizione supermolle, farcita come sempre di cinema verità, e come non mai di disgrazie famigliari, intrecci zoppi e finali tecnicamente sbagliati.
Certo, è la Berlinale, non è Tribeca o il Sundance: vincerà* qualche lungometraggio del Buthan sulla vita serena di un dentista di campagna sul tetto del mondo, lo sappiamo. Ma poi si corre tutti a vedere le uniche due pellicole americane in gara per compensare: per godere dell’assenza di sbavature, per stare seduti un paio d’ore al buio di fronte alla qualità; e la storia, il regista, la produzione non importano più.

Gnade non è né bello né brutto: è un film lungo, ambientato in Norvegia; è un dramma che si svolge dentro a un documentario del National Geographic. Lo capisce tutto e bene solo un insider che vive e partecipa al flusso pop di questo paese. Mi spiego. Il soggetto è ispirato da un fenomeno sociale recente e molto noto; è il racconto di un pezzo della vita di una famiglia tedesca di quarantenni che ha deciso di emigrare. Succede, abbastanza spesso. Generalmente chi parte appartiene alla middle class dei tecnici: persone che hanno una formazione professionale altamente qualificata — installatori di pale eoliche, infermieri specializzati, falegnami carpentieri, saldatori dell’industria pesante, manovratori di macchine speciali, cose così. La qualità dei tecnici formati in Germania è molto ricercata e ben pagata all’estero, sia nell’Europa del nord che in Australia o negli Stati Uniti. Così chi si è rotto del grigiume e dei quindici gradi umidi per nove mesi all’anno parte con la famiglia e lì dove arriva, di solito, trova e ricomincia. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 19 febbraio 2012, alle 11:23 | Orsi d'argento
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giovedì 16 febbraio 2012

Secondo: (Home For The Weekend)

Was Bleibt è il secondo film tedesco in concorso alla Berlinale ed è esattamente uguale al primo. Cambiano il regista, Hans-Christian Schmid, il carrozzone degli attori, la geografia e il problema.
Was Bleibt
, che in inglese è diventato ‘A casa per il fine settimana’ quando la traduzione letterale ‘Cosa resta’ ci stava benissimo, è un film sull’amore. L’amore che non si riesce a dire, quello su cui non si sa discutere, quello tra consanguinei, quello che nei piani dovrebbe tenere in piedi le famiglie ma finisce per rivelarsi un artificio appiccicoso, visto che gli agglomerati sociali non sono istituzioni emotivamente o gerarchicamente statiche nel tempo.
Was Bleibt è un bel film da prima serata del lunedì, una cosa per la televisione, magari a episodi, ché di drammi famigliari così ce ne sono troppi per riuscire a metterli in 85 minuti di cinema, fare il capolavoro e seguire con cura tutti i fili che si tendono nell’azione.

È la storia arcinota di mamma e papà che stanno insieme per inerzia. Mamma è a casa, depressa forte; cucina da anni per riempire il senso mentre papà è appena andato in pensione, ha la barca a vela — gli hobby dei maschi da soli — e da due anni ha un’altra. I figli, due, sono belli, studiati, pettinati, coccolati: il maggiore è un giovane padre già separato, uno scrittore in erba famoso nella capitale; il minore ha una fidanzata che lo tiene in piedi, altrimenti chi lo sa. Insomma, una famiglia borghese, come quella di Ettore Scola. Solo una famiglia di oggi, nella provincia attorno a Bonn (il Reno, le colline, i boschi, il tempo malinconico, i blu, i grigi e i marroni) dove negli anni ’50 le vacche hanno lasciato il posto alla politica e dai ’60 è nata una società civile sufficientemente colta e benestante per saper vedere cosa non va, per elaborare la guerra, il nonno nazista e cercare nuovi orizzonti.
Così mamma e papà sono due standard della loro epoca, si fanno chiamare per nome dai figli, sono Gitte e Günther, due amici grandi; la casa è piena di libri — non solo perché papà faceva l’editore, nel box c’è ancora una due cavalli bianca.

I tempi sono passati: sul tavolino del salotto c’è una copia della F.A.Z., fuori, sul vialetto, una Mercedes. E in tutto il film c’è il problema di una vita: l’amore che se n’è andato e non si capisce mai cosa resta.
Poi non c’è tempo, la pellicola costa. Così uno esce e si ritrova un po’ di materiale per pensarci su, almeno fino al prossimo cinema: la fatica di vedere film tedeschi, appunto.

E qui c’è una clip dal film.

Foto: Komplizen-Berlin


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 16 febbraio 2012, alle 09:26 | Orsi d'argento
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domenica 12 febbraio 2012

Primo: Barbara

Barbara di Christian Petzold è uno dei film in concorso alla ‘Berlinale’. È un film tedesco straclassico: per il marchio di fabbrica più che per la nazionalità di regista attori, produttori e tutto il resto.
Uno che esce da una scuola di cinema qui, sa come si fa a fare un film come Barbara: niente colonna sonora, la percezione della natura in sottofondo, le voci della radio, gli alberi che si sanno distinguere almeno per nome e foggia, le pause, il vento, la scena al crepuscolo, tutto preciso; sai che modello d’auto sta passando anche se non si vedono macchine in sequenza, il design delle lampade definisce l’epoca in cui si svolge l’azione. La tensione è centellinata, ci sono due o tre momenti obbligatori di ironia, ogni sorpresa è preparata, il finale si accenna solo appena.

Detto questo, Barbara è un po’ un bel film e un po’ una palla; rientra nella categoria attrezzi utili per portare avanti, ad ogni secondo che passa — da vent’anni e oltre, l’elaborazione del lutto di un sistema politico, di un modo di vivere, che non c’è più; da un lato e dall’altro del paesone riunificato, nel bene e soprattuto nel male.

Good Bye Lenin e Le vite degli altri sono film noti ai più; l’occhio si è abituato a un certo tipo di atmosfera di Repubblica Democratica.
È un’atmosfera di fuga dal cinema da Traumfabrik, in cui gli oggetti di scena recuperati in soffitta servono ad aprire l’album dei ricordi e a liberare umanità a mazzi: roba costretta ad esistere per molto tempo solo nell’intimità di qualche cucina, a non avere uno spazio pubblico libero per diventare, casomai, materiale cinematografico.
Ecco, Barbara è un altro film di riconquista dell’umanità disimparata; per tutto il tempo ci si sente come quando si sono visti gli altri due e si spera che tra dieci anni portino sullo schermo storie completamente diverse. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 12 febbraio 2012, alle 18:00 | Orsi d'argento
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venerdì 30 dicembre 2011

Mi ero perso una cosa: l’ho recuperata

Drei è l’ultimo film di Tom Tykwer, quello di Lola corre, per intendersi. E’ un bel film, è la storia di due quarantenni, una giornalista e uno scultore. Stanno insieme da quasi vent’anni, vivono in una bella casa; Volvo famigliare, niente figli, lavorano molto. Un giorno lei va con un altro: un medico, quarantenne. Succede. Lo scultore e il medico frequentano la stessa piscina; tra i due nasce un rapporto. Succede.
Questo è Drei: una storia d’amore bisessuale, un racconto tenuto in piedi dal solo gioco delle coincidenze. La coppia diventa un trio: senza questa soluzione il film andrebbe da tutt’altra parte, verso direzioni che forse abbiamo già visto. Sarebbe un film tragico, baciapile, una purea di rotture di tabù: lo sdoganamento della depravazione, il sesso tra cowboy, la psichiatria; con un contesto culturalmente lontano per fare vedere una cosa possibile, normale, che succede ovunque, oggi, in una grande città in mezzo all’Europa. Ma stavolta il caso gira, funziona tutto, il succo è presto fatto: c’è l’amore a tre, andiamo avanti, su. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 30 dicembre 2011, alle 23:51 | Orsi d'argento
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mercoledì 23 novembre 2011

La più grande passione (dopo il week end)

Ho visto Die große Passion, un documentario di quasi tre ore su un grande evento pop. A Oberammergau, un paesone di valle appena dietro le dolomiti del meranese e qualche altra montagna del Tirolo, da quasi quattrocento anni la popolazione mette in scena la passione di Cristo. La prima volta lo hanno fatto come ex voto per allontanare la peste; adesso è una scatola di soldi, un’azienda che permette di vivere a tutta la valle.

Il documentario di Jörg Adolph prodotto dalla televisione bavarese e distribuito al cinema è un backstage movie che racconta la preparazione della grande passione messa in scena nel 2010 e spiega benissimo un microambiente: la Baviera meridionale è probabilmente il luogo più folkloristicamente bigotto di tutto il mondo cristiano dopo il Sudamerica, il cattolicesimo lì è ricco, ovvio e tamarro; è parte del pop, lo si vende ai pensionati della Florida che fanno il grandtour europeo della fede con il Christian Television Network. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 23 novembre 2011, alle 11:29 | Orsi d'argento
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mercoledì 28 settembre 2011

E’ tutto chiaro

Ieri sera ho visto Hell (no, vuol dire chiaro), il primo film di Tim Fehlbaum, uno dell’82 con dietro la Paramount.
Hell è come vedersi due puntate di Lost del primo giro, solo che parlano in tedesco: all’inizio c’è l’occhio, poi una foresta, le montagne, le grotte con l’acqua potabile. C’è l’incidente, ci sono i sopravvissuti e anche gli Others.
E’ possibile fare science fiction nella Foresta Nera? Si, basta prendere una roba di filtri tipo Instagram e rifare male esattamente quello che gli americani fanno bene da anni per l’intrattenimento da divano, metterci dentro un po’ di dramma collettivo mitteleuropeo, un vecchio successo anni Ottanta, la German Angst e uno spruzzo appena appena di Antichrist di von Trier.

Il film è così: nell’immediato futuro l’ozonosfera è scomparsa e l’intensità della luce solare rende la vita quasi impossibile. In questo contesto un gruppo di ragazzi con una Volvo cerca di sopravvivere. Fine, anzi, niente fine, ché il bello del film è proprio come quando vedi Lost: il finale arriva dopo sei stagioni e qua ci sono solo i primi 89 minuti.

Se per caso foste in Germania e vi venisse voglia di vedere due attori tedeschi bravi, Hannah Herzsprung e Stipe Erceg, muoversi in un film alla Dario Argento di fine carriera, andateci. Anzi, se avete visto Die kommenden Tage di Lars Kraume, un altro ragazzo con dietro le majors, dovete vedervi Hell e contribuire alla nascita della scena neocult made in Germany: alla fine ‘sto film è andato a Locarno, qualcosa di buono ce l’avrà.

PS Dedico questo post all’amico Norman Metz e non dimenticherò mai la sua faccia di ieri. Lui lo sa.

Foto: Barbara.Doduk


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 28 settembre 2011, alle 11:37 | Orsi d'argento
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lunedì 5 settembre 2011

Utopia

Utopia è un film del 1982 di Sohrab Shahid Saless. Prodotto in Germania, girato a Berlino Ovest; è un film tedesco: il più bel film tedesco mai girato da un iraniano. L’ho trovato per caso — non ne sapevo nulla — leggendo un lungo post di Romuald Karmakar che quest’anno è uno dei pochi registi tedeschi a Venezia. E’ un gran film. Lentissimo, ma può funzionare solo così. E lungo: una menata di tre ore, che però servono tutte per raccontare una storia tragica e vecchia come il mondo.
Ci sono cinque prostitute, un protettore e un bordello di classe. Non è 7 Women, non è Chicago: Utopia è la storia di un gruppo di schiave che si liberano del loro carceriere, ma che in fondo non sono in grado conquistare la libertà perché non sanno che cos’è.
Una cosa del genere non si sarebbe mai potuta girare in Iran: nell’82, oggi, fa lo stesso. Poi Shirin Neshat ha fatto Donne senza uomini; mettiamoci pure Persepolis nella lista: alla fine Utopia, senza veli e musiche in quarti di tono, secondo me è il film più insolito, cinico e bello che parli di donne iraniane. Ed è fatto da un genio, in esilio in occidente.

L’Iran nel film non c’è: c’è un quartiere popolare e piccolo borghese di Berlino Ovest d’autunno. Questo film lo si può vedere così: a mo’ di metafora, con l’Iran e le sue donne, oppure ci si dimentica di tutto il sottotesto e funziona ugualmente; è strabello ed è come passare tre ore in un catalogo di arredamento crucco di inizio anni ottanta in cui ogni tanto passa una prostituta d’alto bordo in ciabatte. Le porte di legno bianche, le maniglie d’ottone, la moquette grigia o verde bottiglia, i muri rosa antico o turchese; zoccolini bianchi, tende di velluto, divani in pelle nera, bar a specchio, boccali soffiati; le scrivanie in formica, le lampade a muro coi paralumi a coppia, le coperte a fiori. Niente acquari, quella è roba da telefilm. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, lunedì 5 settembre 2011, alle 08:59 | Orsi d'argento
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