domenica 16 dicembre 2012

Spingitori

Questa mattina ho letto un pezzo molto bello di Christoph Hickmann (Süddeutsche Zeitung di carta, Nr. 284, 8/9 dicembre 2012) che racconta — con una certa preoccupazione — di un sensibile aumento dei segnali infantili nella comunicazione politica in Germania. Hickmann parla di calo della qualità nei contenuti delle notizie di politica a causa, dice lui, di una pratica abbastanza recente a cui si aggrappano molti giornalisti alla ricerca di fonti e materiale spendibile qua e là: il candystorm. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 16 dicembre 2012, alle 23:56 | Roba politica
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venerdì 9 novembre 2012

La questione del razzismo latente

Un anno fa il paese in cui vivo si è accorto, mostrando grande imbarazzo, che per quasi un decennio un piccolo gruppo di terroristi di estrema destra, due uomini e una donna, ha fatto quello che ha voluto — omicidi, rapine, attentati — un po’ ovunque, in parte con la complicità di alcuni agenti e loro superiori sia della polizia che dei servizi segreti e in parte a causa della goffaggine burocratica che talvolta si crea nelle periferie di uno stato federale.
Di questo caso — non si tratta di un semplice fatto di cronaca — si è scritto poco in Italia: era una storia per Stefano Nazzi, ma niente, almeno così mi sembra. Sul blog avevo scritto una cosa piuttosto sarcastica e poi un pezzo più serio per spiegare il quadro, abbastanza complesso, della situazione. Dopo avere riletto tutto in questi giorni, ho il timore di averci messo, allora, troppi riferimenti da insider di cose crucche per poter descrivere a chi è fuori dalla quotidianità di questo posto la sensazione di quei giorni (per farsi un’idea, o almeno provarci, qui c’è il discorso di Angela Merkel durante la cerimonia di commemorazione delle vittime: provate a immaginarvi, anzi guardatelo, l’impaccio di chi, senza essere direttamente responsabile, deve chiedere scusa per dieci anni di errori investigativi, per una possibile collusione tra rappresentanti delle istituzioni e criminali neofascisti e, tirata una riga in fondo alla somma, dieci morti).
Ho raccontato tutta la storia al mio amico Simone mentre tornavamo dalla Blogfest, ci ho messo dentro un bel po’ di emotività e ho notato che nel 2012, dentro all’Europa unita, ha senso spiegare, a chi ha voglia di ascoltare, l’evoluzione di un sentimento collettivo di un paese, almeno per provare a capirsi meglio. Poi però non ho scritto nulla, anche se Simone mi aveva consigliato di farlo.
Una settimana fa un giornalista che si chiama Christian Fuchs, ha più o meno la mia età e di lavoro segue tutto l’estremismo di destra in Germania ha letto alla radio un suo editoriale con un taglio nuovo e molto duro su questa vicenda. Secondo me ha trovato un modo efficace per dare una visione d’insieme sul caso anche ai lettori non tedeschi. Gli ho chiesto di poter tradurre il suo pezzo, ed eccolo qua.
Grazie, Christian.

(Tra parentesi ci sono delle annotazioni mie, giusto per capirsi meglio).

«Uwe non esiste, Uwe non c’è più». Pronunciando queste parole un anno fa Beate Zschäpe si è messa in contatto con la madre del suo complice. Uwe Mundlos si era sparato dopo una rapina ad una banca finita male. La telefonata arrivò ai suoi genitori esattamente un anno fa: la mattina del 5 novembre del 2011, poco dopo le otto. Alcuni giorni dopo la donna più ricercata della Germania si è costituita. La presunta banda terrorista “Sottosuolo Nazionalsocialista” (da qui in poi, NSU) ha cessato di esistere. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 9 novembre 2012, alle 17:39 | Roba politica
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domenica 21 ottobre 2012

Breve storia di un funerale

Helmut Kohl ha ottantadue anni, è lucido, vive su una sedia a rotelle, parla e si muove con molta fatica.
Helmut Kohl è vedovo, sua moglie si è tolta la vita una decina di anni fa.
Si è risposato nel 2008, in forma privatissima, nella cappella di una clinica. I suoi testimoni di nozze erano il magnate della televisione privata tedesca Leo Kirch e Kai Diekmann, allora come oggi caporedattore di Bild.
A quel secondo matrimonio i due figli di prime nozze non sono stati invitati. Uno dei due di recente ha scritto un libro di memorie per sgretolare la rappresentazione perfetta dei Kohl così come all’epoca li conosceva la nazione: una famiglia patriarcale realizzata e felice della benestante provincia meridionale tedesca, una di quelle, per intendersi, che abbiamo visto da bambini fare le vacanze a Lignano, Maccagno, Sirmione; i padri con i basettoni, il riporto o i baffi, gli occhiali dorati e il borsello al volante di una Opel Kadett color crema.
Helmut Kohl, oggi, non ha ancora raccontato tutto quello che questo Paese dovrebbe sapere su uno scandalo di finanziamenti illeciti che ha coinvolto il suo partito, la CDU, mentre lui era cancelliere.

Ecco, Helmut Kohl al momento è tutto questo: negli ultimi anni le copertine dei settimanali, le terze pagine, alcuni editoriali hanno raccontato il decadimento di un grande attore del gossip locale, perché di uno che è rimasto nella politica che conta dal 1969 al 1998 ormai si è scritto tutto e non ce la si fa veramente più. Forse ultimamente all’interno della CDU questa macchietta ha iniziato un po’ a pesare, ad essere ingombrante, a dare fastidio. Così l’altro giorno (in realtà sono già passate tre settimane, sono io che scrivo poco in questo periodo, lo so) hanno messo via Helmut Kohl.

Serviva un’occasione: «Perfetto, il trentennale del primo cancellierato». Ci voleva una location laicamente sacra: «Il cortile del Museo della storia tedesca andrà benissimo». E un discorso: «Ci pensa Merkel, l’ha lanciata lui — la delfina, la delfina». E poi un regalo: «Ma certo, un francobollo!».
Con queste quattro cose, durante una delle cerimonie più tragicomiche che io abbia mai visto in diretta tv si è celebrato il politico, lo statista, il cancelliere della riunificazione, il padre dell’Europa. Nessuno ha parlato di ruggini, di soldi, di mogli, di scazzi. Merkel è riuscita a fare un bel discorso, a caricarlo di ironia e, riconoscente, a sotterrare quel vecchio nel giorno della sua festa. Davvero, senza cattiveria, è andata così. Strano, vero.

Ora se dovesse capitarmi di dover spiegare il concetto di Fremdschämen, l’imbarazzo nei confronti di terzi, be’, oltre alla scena dolorosa e involontariamente comica di una Nilla Pizzi praticamente ingestibile sul palco di un Festival di Sanremo di un paio di anni fa, c’è anche questo Helmut Kohl (qui) che guarda la gigantografia del francobollo che lo ritrae con gli stessi occhi del porco qualche giorno prima di Natale.
Sic transit
eccetera, eccetera.


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 21 ottobre 2012, alle 16:07 | Roba politica
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sabato 1 settembre 2012

L’etica protestante e la roba che la se paga no (2)



“Dicesi
Leistungsschutzrecht il diritto degli editori della carta stampata di richiedere il pagamento di una licenza alle aziende che traggono profitto dalla diffusione dei contenuti di articoli di giornale (frutto di una prestazione dell’intelletto di terzi) senza esserne legittime proprietarie”.
Potrei riscrivere questa definizione in centinaia di versioni: comunque la si metta, avrà sempre l’aspetto di un artificio.

Il nuovo disegno di legge sul “diritto di tutela di una prestazione (dell’intelletto)” ultimato dal consiglio di gabinetto del governo Merkel nella seduta di mercoledì scorso ha fatto notizia, anche fuori dalla Germania, con un tempismo insolito. C’entrano Google e i giornali di carta: Il Post ha spiegato tutto per bene, qui.

Se ne parla perché probabilmente il disegno non diventerà mai legge, perché comunque crea un precedente importante nel dibattito sul governo del copyright digitale e perché c’è dietro un grande magheggio casalingo che, alla lunga, ha tanto l’aria di assumere le dimensioni di uno scandalo già visto: rispetto alle altre volte la drammaturgia è un po’ più fiacca — c’è di mezzo l’editore della Bild, come spesso capita, in questi casi — e non riesce più a funzionare come ai vecchi tempi, ma tant’è. I gialli tedeschi si assomigliano un po’ tutti, però vanno sempre in classifica, e allora vediamo. Continua a leggere >



mercoledì 8 agosto 2012

(Recuperi I) Mezzibüsti

Per tutto il mese di luglio si è fatto un gran parlare di Steffen Seibert e di un suo grave errore di comunicazione. Questo Steffen Seibert è il portavoce del Governo Merkel. Per dirla male e in due righe, il Governo Merkel ha un pessimo ufficio stampa, anzi, no: averne. Sì, è un controsenso, lo racconto e provo a spiegare; ci vorrà un po’.

È successo questo. Mentre era in corso il Consiglio europeo del 28-29 giugno — quello che per molta stampa si è concluso, semplificando, con una vittoria di Hollande, Monti e Rajoy su Angela Merkel — il portavoce del Governo tedesco non ha mai lasciato la seduta, come invece generalmente si dovrebbe fare — e in quelle due giornate hanno fatto i colleghi e omologhi degli altri Paesi — per informare i giornalisti dello stato dell’arte. In pratica, sempre semplificando, mentre Merkel le prendeva, Seibert non ha difeso il terreno e le posizioni tedesche di fronte all’opinione pubblica. La cosa non è piaciuta e all’indomani la stampa nazionale ha iniziato, chi con la delicatezza di uno sguardo di rimprovero e morta lì, chi meno, a mettere in discussione la professionalità del portavoce.

L’apparato ufficiale della comunicazione governativa di Berlino non è un ufficio stampa qualsiasi, proprio perché il suo portavoce, Steffen Seibert, non è uno qualsiasi.
Raccontare l’Ente stampa del Governo federale tedesco, così come qualsiasi altro interno dei palazzi occidentali, diventa quasi impossibile se si è seguaci del prodotto pop più bello che sia mai stato scritto e girato per raccontare la politica a un pubblico ampio: The West Wing. E allora mettiamola così: togliete Sorkin, le decorazioni barocche, i quadri ottocenteschi, i tessuti infiorati dei divani, le penombre; sostituiteli con molto bianco e grigio, luce algida, grandi vetrate, forme geometriche, minimalismo, seggiole imbottite blu elettrico, scranni e scrivanie nocciola, un paio di agili aquile in zama, e abbiamo fatto la scenografia degli interni di qualsiasi sede governativa tedesca. Lì dentro la versione reale e crucca di C.J. Cregg si chiama Steffen Seibert. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 8 agosto 2012, alle 11:20 | Roba politica
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martedì 27 marzo 2012

Un po’ a sinistra, soprattutto in alto

La regione della Saar per estensione geografica è un po’ come la Valle d’Aosta. Ci sono meno montagne, più carbone e qualche abitante in più. Dopo le elezioni regionali di domenica in Saarland il partito dei Pirati tedeschi è entrato nel piccolo parlamento ottenendo quattro seggi. E adesso i Pirati sono un partito come gli altri, che vuol dire: se gli avversari, la stampa, la tele, tutti ti trattano come un partito normale perché non rappresenti più una novità, devi essere pronto, aver capito come funziona il giro del mainstream, essere in grado di reagire.

Per chiarirsi — una volta e poi si va oltre — i Pirati non sono un movimento classificabile utilizzando un vecchio manuale di storia dei partiti politici. Nel 2009 hanno provato a posizionarsi in uno schema, così, per facilitare le cose; ma il loro posto in quel triangolo da impallinati dell’infografica è instabile, si espande. La macchia arancione adesso è più grande e si gonfia verso l’altezza, tende al giallo, prova a non farsi succhiare nell’ortocentro, punta al vertice più vicino.

C’è una trasmissione di ZDF che si chiede se possano essere dei «liberali migliori», visto che i liberali tradizionali, la FDP, da oltre un anno scivola rovinosamente verso lo zero virgola: chissà.
I Pirati sono smanettoni, giovani, un po’ bravi, un po’ inesperti, un po’ egoisti. Possono cambiare il cerimoniale della politica, non il mondo, se la classe politica li vorrà ascoltare. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 27 marzo 2012, alle 10:05 | Roba politica
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giovedì 22 marzo 2012

Nemmeno una storia, ma neanche mezza

Da un po’ di tempo al sabato compro la F.A.Z., diciamo da quando ho scoperto gli articoli di Marcus Jauer in fondo alle pagine della cultura. Jauer è uno del ’74 e viene dall’est — per capirsi, da bambino ha fatto in tempo a viversi questa roba qui.
Non è come essere di Castelfranco Veneto o di Treviso; venire dall’est, qui, apre un orizzonte di storie, significati, aneddoti, pregiudizi e cliché che messi insieme formano una bolla culturale che esiste e si evolve nell’intimo delle persone da circa 22 anni. Marcus Jauer viene dall’est e non è bravo: di più.

Mi è venuta voglia di raccontarvi il suo pezzo di sabato scorso (l’originale è qui) in cui ha fatto una specie di bilancio sul ruolo dell’immagine di Angela Merkel nella politica tedesca — e anche europea, in fondo. In realtà il suo testo sembra anche una lettera aperta rivolta all’opinione pubblica e a chi di mestiere racconta la politica; una cosa tecnica, resa accessibile a tutti.

Si chiama ‘La pedagogia di Angela Merkel’, secondo me ha un senso anche per chi non vive qua: perché parla di giornalismo, di politica, del corpo di una donna e di un personaggio senza una storia; perché forse Internazionale non lo tradurrà.
È un commento lento, meditato, una cosa lunga da domenica pomeriggio: spero di non annoiare, provo ad andare leggero.

C’è un dato di fatto che anche in Italia conosciamo molto bene: chi si occupa di politica e di politici per la carta stampata ha bisogno di storie da raccontare; servono un contesto, un evento, alcuni aneddoti, una drammaturgia. Magari i fatti sono una noia mortale, ma con un paio di artifici recuperati dalle biografie, dal brusio, forse anche dalla fantasia si riescono a tirare fuori dei racconti abbastanza leggibili interpretati da degli attori con una fisionomia, un carattere e un passato credibili. Si crea un’immagine: il corpo del politico tagliato a modino per il lettore.

Dall’altra parte anche il politico lavora alla propria figura: di nuovo un corpo, una storia, una faccia che piacciano al giornalista, all’elettore, alla gente. (Tutta questa roba, da noi, la trovate spiegata facile e bene da Marco Belpoliti in un bel libro).
Qui lo fanno tutti, dice Jauer; la Merkel, però no. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 22 marzo 2012, alle 20:25 | Roba politica
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venerdì 16 marzo 2012

Angela D ti voglio bene

Chiunque tu sia, ti voglio bene, Angela D.


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 16 marzo 2012, alle 09:36 | Roba politica
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giovedì 23 febbraio 2012

No Country for Old Men

Joachim Gauck è il nuovo candidato alla presidenza della Repubblica Federale, gode dell’appoggio trasversale della maggior parte dei partiti tedeschi: è un brav’uomo, ha 72 anni, ama parlare di libertà. Quella che è riuscito a conquistare dopo la caduta del muro, facendo un grande lavoro ai fianchi del vecchio sistema prima del crollo, peraltro.
Voi là fuori avrete letto qualche cosa in rete domenica scorsa, o al più tardi lunedì, sui giornali, poi basta. Poi si è ripreso a parlare di finanziamenti alla Grecia, delle uscite del ministro delle finanze Schäuble, dei tedeschi bacchettoni.
Noi, qua dentro, siamo al quinto giorno di discorsi su Gauck e quel signore non è ancora presidente, lo diventerà il 18 di marzo.
Non è una cosa normale, non si tratta di un avvicendamento qualsiasi. Forse il presidente della repubblica, dopo l’affaire Christian Wulff, non è più solo un personaggio pressoché innocuo, rassicurante, gentile, sorridente, stringimani. Forse non esiste più il presidente inutile giusto per.

Ieri l’argomento Gauck è finito sui tavoli di legno di quella baracconata imperdibile che è il “mercoledì delle ceneri politico”: un appuntamento che i bavaresi hanno introdotto nel costume politico nazionale a memoria di un noto mercato del bestiame in cui, nel 1580, dopo aver rigovernato le bestie, si iniziarono a lanciare proclami politici davanti a delle gran birre.

Ieri tutti i partiti che sostengono la candidatura di Gauck hanno fatto grandi lodi dai banchi della fiera: «è il candidato perfetto, il successore più indicato». Ognuno si è attribuito il merito di averlo scelto, ognuno vive nella convinzione di avere vinto. Paranoie di palazzo, giochini tra politici, robetta. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 23 febbraio 2012, alle 15:43 | Roba politica
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lunedì 30 gennaio 2012

Il problema del futuro radioso

Ci sono delle storie, e dei grandi casini, che andrebbero raccontati più spesso. Magari solo per disfarsi dei cliché inutili, giusto per sentirsi un po’ più parte del tutto. In quella degli ultimi giorni non c’entrano le banche, né il presidente Wulff e nemmeno il baraccone messo in piedi dall’inviato di Repubblica e pompato a capocchia da altri.
Non si parla di Merkel e di menate più o meno capite, enfatizzate o distorte riguardanti questo personaggio parecchio imperscrutabile e il suo progetto politico; tocca invece riprendere in mano Der Spiegel, ma, lo assicuro, per tutt’altra ragione.
È una cosa lunga, complessa; viene da un altro mondo, proprio qua dietro l’angolo. Provo a raccontarla, se avete tempo, così.

Personaggi e/o istituzioni coinvolti
Sigmar Gabriel: segretario di un partito socialdemocratico con una grande tradizione alle spalle (SPD) ultimamente un po’ in difficoltà.
Die Linke: un partito di sinistra alla perenne ricerca di una fisionomia.
Hans-Peter Friedrich: un ministro degli interni, attualmente in carica.
Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione (BfV): su Twitter si presenta così: «Noi non pediniamo, osserviamo soltanto». Sono una versione civile, cioè non militare, dei servizi segreti, quasi.

Scena Prima – L’antefatto di cronaca
Verso la fine del 2011 si scopre l’esistenza di un gruppo terrorista di estrema destra: ha assassinato alcuni migranti e una agente di polizia. La serie di omicidi è iniziata nel 2000, le indagini hanno avuto esiti controversi e solo dopo il suicidio di due dei tre terroristi in seguito a una rapina finita male si è riusciti a collegare i casi.
Dopo aver individuato il gruppo, la polizia scopre che i terroristi erano stati a libro paga dell’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione (da qui in avanti BfV) per aver svolto l’attività di informatori su cose inerenti alla scena della destra radicale. Si è anche valutato che, forse, qualcuno delle istituzioni, non del BfV, fosse da tempo al corrente dei piani dei terroristi, però non è mai intervenuto.
La bufera attorno al caso ma soprattutto attorno alla provenienza di alcuni informatori del BfV — per intenderci, neonazisti pagati dallo stato — ha occupato molti spazi di dibattito e critica.
In Italia nel frattempo si era agli ultimi giorni del governo Berlusconi, non c’erano occhi per altro e forse è stato un bene così. Continua a leggere >


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