lunedì 7 gennaio 2013

Al nono posto, così

Esiste una sola situazione capace di prendere in blocco l’informazione tedesca, imbrigliarla, accompagnarla nelle sabbie mobili e permettere all’opinione pubblica di assistere, ad ogni secondo che passa, al peggioramento graduale della condizione di disagio in cui si è andata a cacciare: è quando accade un fatto qualsiasi in cui sono coinvolti contemporaneamente Israele, qualche cittadino tedesco che goda di un po’ di notorietà nel suo paese e un grappolo di malintesi culturali.

Il Simon Wiesenthal Center di Los Angeles è considerato l’istituzione più importante a livello mondiale se si parla di documentazione, mappatura, prevenzione e contrasto dell’antisemitismo. A fine anno questo istituto diffonde una classifica, la Top Ten Anti-Semitic/Anti-Israel Slurs. Per il 2012, al nono posto di una lista da pelle d’oca alta sei dita (qui, in PDF) c’è il giornalista e editore tedesco Jakob Augstein.

Un pezzo uscito a fine dicembre sul Jerusalem Post, che riprende il comunicato stampa del Simon Wiesenthal Center (da qui in avanti, SWC) dedica più di un terzo dello spazio a Jakob Augstein e lo presenta così:

The German Spiegel magazine online columnist Jakob Augstein, who owns the left-wing weekly Freitag, joined the list of anti-Semites at spot No. 9. The Wiesenthal Center listed him under the caption “Influential German media personality’s bigotry,” and cited a series of quotes, including, “With backing from the US, where the president must secure the support of Jewish lobby groups, and in Germany, where coping with history, in the meantime, has a military component, the Netanyahu government keeps the world on a leash with an ever-swelling war chant.”

Another quote from Augstein declared that “Israel’s nuclear power is a danger to the already fragile peace of the world. This statement has triggered an outcry. Because it’s true. And because it was made by a German, Günter Grass, author and Nobel Prize winner. That is the key point. One must, therefore, thank him for taking it upon himself to speak for us all.”

The columnist also trashed ultra- Orthodox Jews in Israel, writing, “But the Jews also have their fundamentalists, the ultra-Orthodox haredim. They are not a small splinter group. They make up 10% of the Israeli population. They are cut from the same cloth as their Islamic fundamentalist opponents. They follow the law of revenge.”

In September, author and journalist Henryk Broder, one of Germany’s main experts on modern anti-Semitism, termed Augstein “a pure anti-Semite…who only missed the opportunity to make his career with the Gestapo because he was born after the war. He certainly would have had what it takes.”

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PEZZO DI Tommaso Lana, lunedì 7 gennaio 2013, alle 13:48 | scarti
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martedì 25 settembre 2012

One of Our Aircraft Is Missing

Ieri sul sito di news della BBC è uscito un pezzo, questo, che parla di cattolici tedeschi e di tasse ecclesiastiche. Lì si racconta che in Germania a partire proprio da ieri i fedeli cattolici che hanno deciso di non pagare più le tasse destinate alla loro chiesa perdono tutti i benefici e i sacramenti; insomma, non hanno più diritto a fare parte del gregge: chiuso, finito, morta lì.
Il pezzo è stato ripreso oggi da molti giornali e siti di informazione, anche dagli amici del Post, che hanno provato a spiegare al meglio (qui) una cosa che è diventata complessa ma in realtà non lo è se uno la conoscesse per intero. L’autore della BBC ha fatto casino, ma tanto, ha fuorviato tutti mettendo in piedi una notizia che non esiste e adesso fra termini ambivalenti, abbagli, pregiudizi e un po’ di voglia di randellare i preti — che va anche bene ma senza scadere in qualità, allora — si rischiano di pestare molte merde e di montare un caso che nella realtà sta prendendo pieghe quanto meno deprecabili in tutt’altra direzione a quella offerta al pubblico dei lettori non tedeschi.

Le cose stanno così. Uso termini burocratici della lingua italiana, così si capisce tutti.
In Germania il mantenimento delle istituzioni religiose riconosciute dallo Stato è affidato ai cittadini che fanno parte di una di quelle istituzioni. Per i cattolici va così: se uno è battezzato, all’Agenzia delle Entrate se lo segnano. Poi ogni anno, alla consegna della dichiarazione dei redditi, una percentuale dell’imponibile sul dichiarato viene riscossa per il mantenimento dell’istituzione Chiesa Cattolica.
La stessa cosa vale anche per altre chiese e confessioni. I soldi, una specie di otto per mille obbligatorio, per intendersi, vengono incamerati dallo Stato e poi girati all’istituzione religiosa. Ecco, ci tengo, capiamoci bene: in questo Paese nessuna, nessuna chiesa o ente religioso ha potere di riscossione di imposte dirette dal cittadino. A questo proposito oggi ho letto delle robe da fare venire la scabbia.

Il meccanismo è regolato dalla costituzione tedesca all’articolo 140, che riprende l’articolo 137 della precedente costituzione della Repubblica di Weimar (1919). Il tutto ha radici nel primo ’800, quando per mantenere preti, pastori e beghine e conventi, parrocchie e quant’altro si stabilì che le chiese non fossero solo comunità spirituali ma anche istituzioni, enti, opere sociali.

Siccome le chiese in Germania sono anche tutto questo da circa due secoli, l’uscita da esse è possibile attraverso un atto burocratico che si può fare in un ufficio pubblico deputato al caso. L’atto si chiama Kirchenaustritt e non è una cosa degli anni Settanta: già in un editto di tolleranza di Federico Guglielmo IV si iniziava a parlare di “uscita dalla chiesa in rispetto della libertà religiosa del cittadino”. Era il 1847. Da allora, uno va in un ufficio, firma una carta, paga una marca da bollo e fine della storia, cioè: niente più tasse ecclesiastiche e anche niente più chiesa, però. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 25 settembre 2012, alle 21:07 | scarti
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martedì 11 settembre 2012

Sfumature di grigio a buttare

Mi sono fatto prendere dal caso Bettina Wulff. Sì, la moglie di Christian Wulff, l’ex presidente della repubblica federale, quello che l’inverno scorso fu più o meno costretto a lasciare il posto per degli strani giri di soldi e un paio di memorabili gaffe in pubblico.
In realtà il caso Bettina Wulff — poi racconto — è tutto un marchettone per vendere un libro, ma ci si accorge solo quando ormai è troppo tardi e si sta già nuotando nella purea di piselli.
Sembrava il gossip dei detronizzati, roba da Bild, al massimo da News of the World: gente che le prova tutte per fuggire dall’anonimato da cui è venuta e in cui è stata ricacciata. Poi qualche giorno fa l’avvocato della signora Wulff ha denunciato Google e anche il conduttore del ‘Porta a porta’ crucco, Günther Jauch. Allora il caso Wulff ha lasciato le copertine dei tabloid per finire sulle terze pagine dei grandi giornali.

La vicenda di Bettina Wulff è una bella istantanea in macro sul paesone di questi giorni: proprio mentre si parla di Fondo salva-stati, roba importante, seria, salta fuori questa storia a fare la tara alla percezione d’insieme. E ce n’è per chiunque: il pubblico scoreggione partecipa, fa il tifo per la vittima di un’ingiustizia o prende le parti di qualche carnefice particolarmente scaltro, si compiace, punta il dito. Escono un quadro abbastanza desolato della politica locale e un provincialismo tradizionalista che fa un po’ da contrappeso scomodo alla Germania che lavora per estendere i diritti delle unioni civili, per esempio.
Il bello di questa notizia mediocre però sta nel farsi accompagnare attraverso le trame di uno scandalo — un’affaire, per carità — come solo i tedeschi, da sempre, sanno raccontare: monocordi, asettici, pseudoscientifici nella forma, funambolici e lontani da qualsiasi pregiudizio o commento nel testo, ché esistono degli studi legali efficientissimi, altro che rispetto e civismo: a volte i miti vanno anche un po’ maltrattati.

Da circa due anni succede questo: se si cerca ‘Bettina Wulff’ su Google, la funzione autocomplete propone di estendere la ricerca aggiungendo termini tipo «escort», oppure «prostituta», oppure suggerisce un paio di nomignoli da starlet di periferia e qualche locale a luci rosse noto in tutto il Paese. Si tratta della ex first lady, i nomi che devono saltare alla mente, per capirsi, sono quelli della signora Clio, di Franca Ciampi, Michelle Obama; capirete, la cosa potrebbe anche seccare.
Quando Christian Wulff era ancora in carica, Günther Jauch, che è una specie di intoccabile della tivù, citò in trasmissione un articolo di giornale che alludeva a voci sull’oscuro passato della signora Wulff. Ora il nostro ha qualche rogna, non per colpa sua, però. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 11 settembre 2012, alle 23:51 | scarti
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mercoledì 25 luglio 2012

No, niente: rifa

Questo posto è fermo da due mesi. «Avrà molto da fare», dice. Sì, be’, anche.
Qui per un anno e mezzo sono uscite cose crucche miste a bozze di ragionamenti, qualche sfogo e un po’ di roba che al di fuori di ‘sto paese — la Germania, dico — non arrivano, non interessano, non si sanno. Adesso succede che il peso economico di questo ciccione impacciato lo ha isolato dal gruppo; poi il nostro ha anche paura della propria ombra, si chiude a riccio, non sa rendersi simpatico, non ci prova proprio. Allora viene ancora più voglia di raccontarlo, forse.

Ho riletto un po’ di cose che ho scritto qua sopra: le lascio lì e vado avanti, con un taglio più aperto, con maggiore attenzione al confronto con realtà più note ai lettori meno impallinati di roba tedesca. Ecco, a breve usciranno dei recuperi di cose annotate in questi mesi e poi si riparte, con qualche novità. Ci riprovo. Rifa.


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 25 luglio 2012, alle 09:46 | scarti


domenica 27 maggio 2012

Hanno messo l’aria condizionale

C’è un po’ di confusione attorno all’ultima poesia di Günter Grass. È una cosa da ridere, quasi un malinteso, che però si può usare per fare il punto sulla reverenza di fronte alla partecipazione mediatica di alcune vecchie icone della cultura.
Ieri sulla Süddeutsche Zeitung è uscita una nuova poesia di Günter Grass, “Ignominia d’Europa”, di cui Repubblica, sempre ieri, ha curato e pubblicato una traduzione in italiano.
Qualche settimana fa Günter Grass aveva mandato degli altri versi alla Süddeutsche Zeitung (anche quelli sono usciti su Repubblica) in cui faceva una critica pesante alla politica militare di Israele. Allora il breve testo era bastato per aprire un caso diplomatico di cui i paesi coinvolti avrebbero fatto volentieri a meno. In Germania si è fatto prendere aria al cassettone che contiene il dibattito tra passato biografico del grande scrittore e antisemitismo; altri, un po’ ovunque, avranno semplicemente pensato: «dai, su, è vecchio, lasciatelo fare».

Intanto Grass, che di anni ne ha 84, coi poemi sul giornale ha trovato una forma di comunicazione di grande successo: poco testo, niente editore, molto pubblico, dibattiti, parecchia ciccia.

“Ignominia d’Europa” è uno scritto molto critico e di amaro pessimismo nei confronti dell’operato dell’Unione Europea e suona un po’ come la richiesta disperata di un eroe romantico, finito non si sa come due secoli più in là, a non abbandonare la Grecia al suo destino. C’è un problema: con tutto il rispetto e la passione per il valore dell’intellettuale e della sua produzione artistica, questo ultimo poema, ma anche quello prima, sia nella forma che nella freschezza del contenuto, diciamocelo, non sono un gran che.
Ora qualcuno dovrebbe dirlo al maestro: c’è chi non ha fatto una piega in rispetto alla grandezza del nome, suppongo, e chi invece, per la stessa ragione, ha messo in piedi un grande casino. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 27 maggio 2012, alle 19:52 | scarti
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mercoledì 21 marzo 2012

Primavera. (Per favore, non toccate le vecchiette)

‘The Producers’ (1968) è il film d’esordio di Mel Brooks come regista. C’era dentro questo. Mettete forte.

(via Anne Wüstenberg [aka Anne Panne])


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 21 marzo 2012, alle 16:42 | scarti
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domenica 11 marzo 2012

Tette

Non succede nulla, da un po’. Immagino gli inviati dei quotidiani, là a Berlino, mentre preparano qualche reportage sul turismo low-cost sperando che deragli un treno, qualcosa, ché il dibattito sul prossimo presidente della repubblica, una settimana di scioperi del servizio pubblico, la campagna elettorale in Saarland, i cento giorni dei Pirati al governo della capitale sono cose, avranno pensato, per le quali è necessaria una spiegazione più ampia: ci sono in ballo troppi meccanismi ignoti, è un altro mondo, non lo capireste, troppa fatica.

Poi finalmente succede qualcosa, da non credere, una notizia: la Bild non pubblicherà più la gnocca in prima pagina. Lo faceva dall’84.
Che roba. E poi il modo in cui è andata ha tutto un gusto particolare, si presta alla narrazione dei dettagli e dei retroscena.
Il tabloid da tre milioni di copie al giorno ha annunciato il cambio di linea editoriale proprio l’8 marzo, giovedì scorso, e quel giorno il foglio popolare è uscito da una redazione di soli maschi, ché — cavalieri — le loro colleghe per quella data hanno ricevuto — no, non se la sono presa — una giornata di ferie.

E allora: uno avrebbe potuto farci un pezzone sul maschilismo camuffato e perverso nell’industria editoriale di un paese culturalmente emancipato, o scrivere qualche cosa sulle strategie di pubblicità di un prodotto in calo di vendite (è il falso problema del cartaceo che perde sul digitale, ma va be’), magari intervistare un ministro donna — ce ne sono cinque — oppure preparare un’inchiesta sul corpo delle donne nei media fuori dall’Italia: giusto nel periodo in cui alla tele va in onda la nuova stagione di uno dei reality più seguiti, il “Germany’s Next Topmodel” condotto da Heidi Klum, hai detto niente.
Ma così, tanto per fare un po’ di cronaca sensata dal paese reale in un posto che si chiama “altrove”.
E invece nulla, si contano solo le tette in prima pagina, che da due giorni non ci sono più e sembra una vittoria delle donne. Bene: gli uomini non hanno capito, di nuovo. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 11 marzo 2012, alle 13:22 | scarti
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giovedì 9 febbraio 2012

Animali morti, un paio di scandali e poco più

Questo pezzo è uscito ieri sul sito della rivista Il Mulino.

Due anni fa il figlio di David Lynch, Austin, è partito da Los Angeles per la Germania portando con sé una telecamera e un amico fotografo; arrivato sul posto ha noleggiato un furgone e si è messo a girare il paese in lungo e in largo intervistando persone.

Oggi Interview Project Germany è il modo migliore per conoscere qualche cosa di autentico e contemporaneo sulla Germania; è uno strumento di facile accesso, complementare all’informazione più classica — politica, economia e curiosità — che già ci arriva dai media tradizionali. Lo si può visitare da casa, senza sapere una parola di tedesco, via internet.
Per poter vedere e capire l’
Interview Project Germany è necessario avere una connessione abbastanza veloce alla rete e sapere un po’ di inglese. Questo può rappresentare un limite per molti potenziali utenti. La soluzione possibile c’è e viene già praticata, in parte: il media tradizionale, il quotidiano per esempio, si fa interprete del materiale presente in rete e fornisce al lettore un’immagine o una storia del luogo, delle persone, della situazione che sta raccontando, il più possibile completa e obiettiva.

Diffondere una notizia dall’estero, se si lavora per la carta stampata, è una cosa sempre più complessa: l’errore in cui si cade più spesso è dare per scontato che il bagaglio visivo del lettore possa creare, in fase di ricezione, un contesto verosimile. Ci sono immagini ovunque e si pensa che chiunque le abbia viste. Non è così. Per questo motivo esiste ancora l’inviato, che è lì, sul posto: dovrebbe raccontare quello che vede, non solo quello che succede. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 9 febbraio 2012, alle 17:02 | scarti
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martedì 7 febbraio 2012

in/compatibile

Siamo ai fenomeni, al Barnum contemporaneo. Chi capisce il testo si ribalta, chi non lo capisce, anche. Un genio, un pazzo.


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 7 febbraio 2012, alle 08:51 | scarti
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martedì 24 gennaio 2012

Ométti soli al comando

Dieci giorni fa è affondata una nave da crociera. In giro ce ne sono diciotto più grandi e trecento più piccole di quella; la gente ci passa le vacanze, serena. Nei primi anni ’80 ZDF — microfoni arancioni — decise di produrre una serie tv su una di queste navi: Das Traumschiff (‘La nave dei sogni’ o ‘da sogno’). La fanno ancora. Funziona così: su un set pubblicitario di un tour operator si svolgono le storie di un paese galleggiante. Ci sono un equipaggio gentile, le persone normali, i chiattoni, i cantanti, i vip; una specie di mondo equiparato e felice, ché in barca si è tutti uguali. È tutto uno sciacquìo, un trionfo di garriti e tintinni.
Nessuna tv straniera a parte quella ungherese ha mai comprato e tradotto la serie, anche perché c’era già The Love Boat. Qui invece l’hanno vista in tanti: nell’84 un episodio superò i 25 milioni di spettatori in una sola serata. Gli appassionati hanno fatto da vero traino non solo alla versione ‘gita fuori porta’ del genere cinematografico dell’Heimatfilm, dove è tutto una meraviglia di alpeggi, laghetti, castelli e famiglie felici, ma direttamente all’intero settore vacanziero portuario barcarolo. La promozione, in formato film per la televisione, ha creato il luogo comune molto amato della vacanza da sogno. Insomma, in Germania la crociera fa parte della cultura del tempo libero già da qualche decennio.
Sulla nave che è affondata al Giglio in mezzo a tutti quanti c’erano 569 passeggeri tedeschi. Il numero basta, visto l’argomento così caro da queste parti, per muovere un pezzo importante dell’informazione e dell’opinione pubblica. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 24 gennaio 2012, alle 14:31 | scarti
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