martedì 24 gennaio 2012

Ométti soli al comando

Dieci giorni fa è affondata una nave da crociera. In giro ce ne sono diciotto più grandi e trecento più piccole di quella; la gente ci passa le vacanze, serena. Nei primi anni ’80 ZDF — microfoni arancioni — decise di produrre una serie tv su una di queste navi: Das Traumschiff (‘La nave dei sogni’ o ‘da sogno’). La fanno ancora. Funziona così: su un set pubblicitario di un tour operator si svolgono le storie di un paese galleggiante. Ci sono un equipaggio gentile, le persone normali, i chiattoni, i cantanti, i vip; una specie di mondo equiparato e felice, ché in barca si è tutti uguali. È tutto uno sciacquìo, un trionfo di garriti e tintinni.
Nessuna tv straniera a parte quella ungherese ha mai comprato e tradotto la serie, anche perché c’era già The Love Boat. Qui invece l’hanno vista in tanti: nell’84 un episodio superò i 25 milioni di spettatori in una sola serata. Gli appassionati hanno fatto da vero traino non solo alla versione ‘gita fuori porta’ del genere cinematografico dell’Heimatfilm, dove è tutto una meraviglia di alpeggi, laghetti, castelli e famiglie felici, ma direttamente all’intero settore vacanziero portuario barcarolo. La promozione, in formato film per la televisione, ha creato il luogo comune molto amato della vacanza da sogno. Insomma, in Germania la crociera fa parte della cultura del tempo libero già da qualche decennio.
Sulla nave che è affondata al Giglio in mezzo a tutti quanti c’erano 569 passeggeri tedeschi. Il numero basta, visto l’argomento così caro da queste parti, per muovere un pezzo importante dell’informazione e dell’opinione pubblica. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 24 gennaio 2012, alle 14:31 | scarti
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martedì 17 gennaio 2012

Perché è un bravo ragazzo

Questo posto esiste da un anno. È un affare di nicchia, ma lo hanno già letto in un po’. Grazie per i consigli, le domande, le critiche.
Il titolare va avanti a farlo, perché si diverte e ci crede. Parecchio.
Voi continuate a leggerlo, che il ragazzo si farà.


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 17 gennaio 2012, alle 07:48 | scarti


mercoledì 11 gennaio 2012

Quelli della stampa della circonvalla

Il termine ‘boulevard’ viene dall’olandese medievale ‘bulwerke’. In Francia chiamano così le ampie strade di raccordo che circondano il centro o una parte di una città; noi le chiamiamo circolari, circonferenze, circonvallazioni e così via. Poco più di un secolo fa, nelle metropoli europee, quando i quotidiani si compravano solo in abbonamento, sui boulevard — per strada — iniziò la prima vendita diretta di giornali popolari; il nuovo settore editoriale fece rapidamente il botto. Da allora il giornalismo del tabloid popolare fa parte della storia della cultura di molti paesi. Da noi, in Italia, i tabloid popolari fatti come quelli anglosassoni o dell’Europa centrale non esistono, così come non si bevono infusi dal mattino alla sera, non si fa il caffè con lo scalda acqua elettrico e non si mangiano salsicce lessate mentre si sfoglia il giornale stando appoggiati a dei tavoli rotondi fatti per stare in piedi.

La casa editrice e società per azioni Axel Springer, un’azienda di Amburgo che ha sede ufficiale a Berlino è, piaccia o no, la più grande industria culturale del paese. Pubblica parecchi settimanali molto noti e molto amati da un pubblico enorme di lettori, svariati quotidiani locali, alcuni quotidiani nazionali, tra cui Die Welt e Die Welt am Sonntag, e poi Bild, il tabloid popolare (in tedesco ‘Boulevardzeitung’, appunto) con la tiratura più alta d’Europa.

I prodotti editoriali di Axel Springer raggiungono quotidianamente milioni di persone: più massa, teleutenti e gente semplice che laureati e ceto medio con un diploma superiore — tanto per fare un quadro molto generico ma abbastanza tranchant. L’omonimo fondatore, Axel Springer, è morto nel 1985 dopo aver costruito un impero della carta stampata ed essere stato una specie di scaltro cavalier servente del piano Marshall: era filoamericano in anni in cui esserlo aveva un significato politico ben preciso, anticomunista (sui suoi giornali per convenzione “DDR” si scriveva proprio così, tra virgolette) e dalla parte di Israele, sempre e comunque. La stampa di Axel Springer, soprattutto per il sensazionalismo gretto della Bild che fa ombra su altri prodotti della stessa casa decisamente più alti, è considerata da decenni il simbolo del nazionalpopolare, dell’intrattenimento conservatore, del lavaggio del cervello dei semplici. In gran parte è proprio così.
(Ma quando decolla ‘sto pezzo?) Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 11 gennaio 2012, alle 12:46 | scarti
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giovedì 22 dicembre 2011

La teoria dei colori

Niente, ero a Milano, alla Stazione Centrale, di primo pomeriggio. Cercavo un quotidiano, tedesco, uno buono, che son via già da un giorno e mezzo, a casa, da casa, all’estero, boh; la Süddeutsche Zeitung magari. Ma niente, finite tutte; «c’è Bild» dice l’edicolante. «No, grazie» rispondo, con un accento che non so da dove venga. Poi trovo la Frankfurter Allgemeine Zeitung. «Ah si, la F.A.Z., i conservatori, be’, bene», penso. Pago, «dueottanta», sorrido: «mia». Ecco, ora so come sarà il mio viaggio. Per leggere la F.A.Z. ci vuole un rito, bisogna sapersi immedesimare nello stereotipo del suo lettore medio, calarsi nella parte. Salgo sul mio treno; ripongo lo zaino, lascio la F.A.Z. sul tavolino, inizio.

Ho una casa monofamigliare, 2 piani con mansarda. Sul retro c’è una veranda che si apre su un quadrato di verde con l’orto, un melo e un ciliegio; là in fondo il terreno finisce col canale. Ci ho messo anche un attracco: per gli amici, chissà. Dall’altra parte, all’ingresso, sul viale che porta al garage è parcheggiata una Mercedes nera. Ho sollevato i tergicristalli: così, dovesse nevicare, le spazzole non si rovineranno. Mi siedo in veranda per fare colazione, ho addosso un accappatoio bianco, c’è profumo di caffè. Apro la mia copia della F.A.Z. che ricevo in abbonamento dal ’74, ogni giorno tranne la domenica, diligentemente ripiegata in quattro da chissà chi e riposta con cura verso le 5 e 30 di ogni mattina nella mia casella.

Sì, se la si legge con questo spirito, a volte la F.A.Z. viene meglio. E’ un gran quotidiano, conservatore, lo so: averne. In treno ho aperto la mia copia, ma non sono andato oltre la prima pagina, ché solo a concentrarmi sulla foto mi sono lasciato ipnotizzare dall’effetto treno e mi è venuto in mente un film, un corto non bello, che fa parte di un lungometraggio a episodi riuscito solo in parte. Si chiama Fraktur, ‘Frattura’, ed è uno dei pezzi di Deutschland 09 – 13 kurze Filme zur Lage der Nation (cioè ‘Germania ’09 – 13 cortometraggi sullo stato della nazione’), «una bella idea, in fondo», penso: «raccontarsi come si sta in un film, nel senso di società, di nazione, di espressione di una cultura, almeno provarci, far vedere cosa ne esce». Il compilation-movie è uscito due anni fa abbondanti: questo posto non c’era ancora per raccontarlo; probabilmente lo avrei randellato. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 22 dicembre 2011, alle 11:24 | scarti
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martedì 6 dicembre 2011

Il trucco del far pena

Prosegue da qui.
Il libro-intervista dell’ex ministro Guttenberg è uscito da una settimana, non è ancora tra i primi 25 in classifica, praticamente lo ha già stroncato tutta la stampa ed è stato talmente bersagliato che alla tele c’è anche chi — è andata proprio così — ci ha vomitato dentro durante un programma di satira molto noto.
Se trovasse un editore italiano il libro si intitolerebbe Si sbaglia una volta sola, oppure La prima e ultima volta, una cosa del genere: ecco, sarebbe uno slogan perfetto per il videowall di Porta a Porta.
Però, visto che si va avanti da una settimana a parlare, anche in questo posto, di una cosa semplicemente brutta, mi viene da pensare che il signor Guttenberg abbia vinto, o quantomeno che la sua strategia di ritorno alla vita pubblica stia vincendo.

Riassunto del libro
. L’ex ministro della difesa della Repubblica Federale Tedesca Karl-Theodor zu Guttenberg racconta al caporedattore di un settimanale importante, letto prevalentemente da gente colta, di sinistra, a volte un po’ démodé — Die Zeit — delle accuse di plagio e di come fosse sommerso da mille impegni mentre scriveva la sua tesi di dottorato; per questo motivo è scattato lo scopiazzamento, per riuscire a finire in tempo; lui ha un’etica, è un uomo d’onore, non è stato educato a fregare la roba degli altri, lui che è nobile: ha commesso un errore, ma non voleva. Poi racconta cose di vita privata, passioni musicali, le mescola con aneddoti di vita politica, parla del suo cambio d’immagine, delle cose private. Una bella chiacchierata da divano di Domenica In in formato libro: tutta scena. E poi ogni dieci pagine, come un disco rotto, l’errore: «insostenibile», «imperdonabile», «scandaloso», «indicibile».

Le randellate a questo libro «penoso», questa è la parola più usata sui giornali, vengono da ogni lato; il più duro è stato il critico della Frankfurter Allgemeine Zeitung che si è preso uno spazio per colpire l’autore predendolo di petto: Eckart Lohse ha semplificato il libro-intervista citando due risposte a effetto totalmente prive di senso dell’ex ministro concludendo: «Guttenberg non ha affatto perso l’attitudine a dire sciocchezze». Liquidato, randellato, pece e piume, fine. Forse.

Qui nessuno si immagina che uno (politico di professione, ricco, famoso, «bello» dicono) che fa pena, «che dice sciocchezze» in un libro scritto per diventare un best-seller del supermercato abbia calcolato che, forse, ‘far pena’ sia un modo per far sfogare tutti quelli che ce l’hanno con lui e poi, quando hanno finito, di riprendere la parola e tenersela, magari per un bel po’.

Vietato suggerire.


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 6 dicembre 2011, alle 19:47 | scarti
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martedì 29 novembre 2011

Tu chiamalo, se vuoi, Fremdschämen

In questi giorni si è parlato molto di treni. Uno è quello che sta andando dalla Francia verso Gorleben ed è imballato di schifezza radioattivissima, l’altro, anzi gli altri, sono quelli che, forse, tra qualche anno passeranno dalla nuova stazione sotterranea di Stoccarda. Domenica scorsa il referendum abrogativo dei piani di costruzione della nuova stazione di transito — una grande opera, anzi di più — non ha raggiunto il quorum, e la maggioranza di quelli che sono andati a votare si è espressa a favore del progetto. Spiego: a modo mio, rapidamente.
Il cosiddetto Stuttgart 21 (per quelli di Twitter #s21) è una cosa nata male, è necessaria, è un casino. Se ne parla da oltre 25 anni: è il tentativo di migliorare o rivoluzionare il traffico ferroviario di una delle regioni più ricche della Germania — in basso a sinistra, sopra la Svizzera — partendo dalla trasformazione della vecchia stazione di testa della città di Stoccarda in una stazione sotterranea di transito che dovrebbe ottimizzare il trasporto di merci e la qualità del servizio ai viaggiatori su un’asse che, in pratica, collega il Sud con il Nordeuropa. Una cosa del genere cambierebbe faccia alla città. Dopo molti anni di progetti, prove e quant’altro, all’inizio del 2010 è partito il cantiere ed è andata a finire esattamente come in Val di Susa.
Una rivoluzione urbanistica ha degli oppositori, ed è un gran bene, ché generalmente chi non ci sta ti aiuta a rivedere quello che stai per fare, a considerare gli aspetti sociali o socioeconomici che l’architetto trascura, a considerare l’ambiente come parte lesa dalla tua macchina perfetta solo sulla carta. La protesta nel 2010 è stata molto pesante; il quadro è quello che conosciamo da Genova in avanti: c’erano due tipolgie di oppositori, polizia, idranti, sit-in, spray urticante, manifestazioni pacifiche, feriti, botte da orbi, tentativi di sabotaggio.
In più: i nimby, l’antimodernità e i verdi. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, martedì 29 novembre 2011, alle 11:35 | scarti
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sabato 29 ottobre 2011

Semplicemente è autunno

Siccome è un periodo con tante cose da fare e — va detto — a parte quello che si legge ovunque, in questo paesone non sta succedendo una mazzuola che mi invogli a raccontare, vi lascio questo: gru e cicogne che si radunano nei campi, caprioli che corrono a bordo autostrada, qualche cinghiale e quello che passa la radio.


Foto: baerchen57

PEZZO DI Tommaso Lana, sabato 29 ottobre 2011, alle 10:42 | scarti


mercoledì 5 ottobre 2011

Una settimana dopo

Questo pezzo è uscito su Linkiesta di ieri.

A un certo punto il Papa viene in visita nel posto in cui vivi da anni. Alcune settimane prima dell’evento ti accorgi di un po’ di subbuglio nell’opinione pubblica e in rete, alla radio — qui ce ne sono molte e quasi tutte hanno delle ottime redazioni — trasmettono reportage dalle comunità religiose contrariate; pare che Benedetto XVI parlerà in parlamento. Però in fondo non ci fai quasi caso: il Papa per te è una routine, si mescola ai ricordi d’infanzia, un po’ come un pranzo domenicale. Senti i trenta secondi che gli dedica qualsiasi notiziario nel giorno di festa, poi pensi: «bene» oppure «male», o magari ti arrabbi, a seconda di come ti hanno socializzato in famiglia.

Il dibattito cresce con l’avvicinarsi della visita pastorale, tutti quelli che desiderano esprimere pubblicamente il proprio disappunto organizzano le proteste, i movimenti religiosi, soprattutto cattolici, si costringono a una fase di autoanalisi propedeutica all’ascolto. Capisci che per tante persone la cantilena di parole di quell’ospite autorevole non avranno l’effetto di un disco rotto.

Poi il Papa arriva, il copione televisivo dell’evento punta alla celebrazione, lo spazio mediatico per le critiche e i dibattiti è garantito, sacrosanto, difeso: il Papa parla e tutti hanno la possibilità, in varie forme, di annuire, controbattere, esprimere perplessità o applaudire. Benedetto XVI incontra tanta gente diversa; dai un’occhiata al protocollo e inizi a capire che nulla succede per caso, nessun discorso è la ripresa di vecchi canovacci estratti da qualche cassetto: questa visita non sarà solo una sfilata della papamobile tra un bagno di folla.

Il Papa poi riparte lasciando dietro a sé tante cose. A una settimana dal suo rientro è possibile fare un bilancio. E’ andata male, anzi malissimo. Non per Benedetto XVI, naturalmente. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 5 ottobre 2011, alle 08:05 | scarti
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lunedì 19 settembre 2011

La Polonia

Tornavo dal lavoro, in bici. Ecco.

Dedico questo post a Isabella Cota Schwarz e a David Bidussa.
Foto: thomaswolle


PEZZO DI Tommaso Lana, lunedì 19 settembre 2011, alle 19:54 | scarti
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giovedì 15 settembre 2011

Sakura e un paio di mostri

Krefeld è un posto tranquillo, con le case basse di mattoni marroni, i viali alberati e il prato tagliato di fresco. Lì nei primi Sessanta vivevano molti seguaci di una strana setta puritana che a un certo punto si spostò in Cile per fondare una colonia. Le pratiche di vita comune della setta comprendevano maltrattamenti corporali e violenze psicologiche: delle punizioni di dio in terra, dicevano, ché tutto ciò che succedeva nella fattoria cilena dei tedeschi era opera dell’alto dei cieli. Son cose.
Quest’anno il Cile si è espresso a favore di una pena di cinque anni per i responsabili della setta e delle violenze gratuite. Questi folli, che sembrano usciti da un documentario sulla peggiore provincia americana o da un film dei fratelli Coen, per non finire in carcere in Cile stanno tornando a casa.

Succede che la costituzione tedesca non prevede l’estradizione dei propri cittadini che sono autori di reati commessi fuori dalla Germania; quindi molti degli abitanti della fattoria cilena hanno ricominciato una vita a Krefeld e dintorni sapendo che difficilmente verrà qualcuno a rompere le scatole.
Visti da fuori sono dei normali vecchietti, sono stati dei mostri, ma nessuno può farci niente: anzi, c’è un tizio di 78 anni, tale Ewald Frank, che sta riorganizzando la colonia proprio a Krefeld, questa volta, dice, senza violenze e anche senza fattoria; ha preso un capannone industriale e fa delle prediche, battezza la gente nei fiumi, cose così.

Qualche giorno fa il direttore di un ente immobiliare ha tentato di negare l’affitto di un appartamento a uno di questi Others, il signor Hatmut Hopp che nella colonia cilena era medico e ministro degli esteri, uno che in Cile c’è andato da seguace, ha subito violenze e poi è diventanto uno dei carnefici. La notizia è finita sulla stampa e se ne parla, ci sono giornalisti che scrivono libri e fanno ricerche.
Non siamo nello Utah, ma a pochi chilometri da Düsseldorf, quasi in Olanda. Sapevatelo.

Foto: tobstone


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 15 settembre 2011, alle 09:41 | scarti
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