giovedì 22 dicembre 2011

La teoria dei colori

Niente, ero a Milano, alla Stazione Centrale, di primo pomeriggio. Cercavo un quotidiano, tedesco, uno buono, che son via già da un giorno e mezzo, a casa, da casa, all’estero, boh; la Süddeutsche Zeitung magari. Ma niente, finite tutte; «c’è Bild» dice l’edicolante. «No, grazie» rispondo, con un accento che non so da dove venga. Poi trovo la Frankfurter Allgemeine Zeitung. «Ah si, la F.A.Z., i conservatori, be’, bene», penso. Pago, «dueottanta», sorrido: «mia». Ecco, ora so come sarà il mio viaggio. Per leggere la F.A.Z. ci vuole un rito, bisogna sapersi immedesimare nello stereotipo del suo lettore medio, calarsi nella parte. Salgo sul mio treno; ripongo lo zaino, lascio la F.A.Z. sul tavolino, inizio.

Ho una casa monofamigliare, 2 piani con mansarda. Sul retro c’è una veranda che si apre su un quadrato di verde con l’orto, un melo e un ciliegio; là in fondo il terreno finisce col canale. Ci ho messo anche un attracco: per gli amici, chissà. Dall’altra parte, all’ingresso, sul viale che porta al garage è parcheggiata una Mercedes nera. Ho sollevato i tergicristalli: così, dovesse nevicare, le spazzole non si rovineranno. Mi siedo in veranda per fare colazione, ho addosso un accappatoio bianco, c’è profumo di caffè. Apro la mia copia della F.A.Z. che ricevo in abbonamento dal ’74, ogni giorno tranne la domenica, diligentemente ripiegata in quattro da chissà chi e riposta con cura verso le 5 e 30 di ogni mattina nella mia casella.

Sì, se la si legge con questo spirito, a volte la F.A.Z. viene meglio. E’ un gran quotidiano, conservatore, lo so: averne. In treno ho aperto la mia copia, ma non sono andato oltre la prima pagina, ché solo a concentrarmi sulla foto mi sono lasciato ipnotizzare dall’effetto treno e mi è venuto in mente un film, un corto non bello, che fa parte di un lungometraggio a episodi riuscito solo in parte. Si chiama Fraktur, ‘Frattura’, ed è uno dei pezzi di Deutschland 09 – 13 kurze Filme zur Lage der Nation (cioè ‘Germania ’09 – 13 cortometraggi sullo stato della nazione’), «una bella idea, in fondo», penso: «raccontarsi come si sta in un film, nel senso di società, di nazione, di espressione di una cultura, almeno provarci, far vedere cosa ne esce». Il compilation-movie è uscito due anni fa abbondanti: questo posto non c’era ancora per raccontarlo; probabilmente lo avrei randellato.

Fraktur è la storia di un imprenditore bavarese che tutte le mattine acquista il giornale che meglio lo rappresenta, la Frankfurter Allgemeine Zeitung. La mattina in cui si svolge il film, ed è storia vera, c’è una novità: la F.A.Z., che da sempre esce con una veste editoriale sobria, minima e rigorosa, senza foto e con la testata a caratteri gotici — forse per qualche storia di pseudolignaggio di uno o due industriali protobrianzoli dell’Assia — ha deciso di ammodernarsi, di conquistare un pubblico più eterogeneo, differente, di cambiare veste. In prima deve esserci anche una foto, una sola, non troppo grande per evitare di scadere nel nazionalpopolare, e soprattutto a colori. Be’, il primo giorno di frattura con la tradizione la foto in prima della F.A.Z. è un ritratto di Kim Jong-il.
E l’industriale bavarese non crede ai suoi occhi: il suo quotidiano cambia ed esce, nel primo tentativo, con la foto, a colori, di un comunista con gli occhiali da sole. Da lì la trama del corto prende una piega drastica, paradossale, inverosimile e molto uguale a tante drammaturgie crucche un po’ troppo stoppose e parecchio scolastiche. Si scopre che l’imprenditore ha una ditta di trasporti, grandi camion che distribuiscono copie della F.A.Z. in tutta la Repubblica Federale. Diventa eroe: vuole salvare i lettori da quella vergogna; dà ordine di fermare tutti i suoi spedizionieri, sale in auto, parte; acquista tutte le copie della F.A.Z. che trova da benzinai, edicole e minimarket. Ormai ha perso il senno, dà ordine di dare fuoco a tutte le copie della F.A.Z. ancora da distribuire e va a Francoforte; arriva alla redazione del giornale e fa un bagno di sangue.

Ecco, la foto a colori della F.A.Z. che ho davanti ai miei occhi sul tavolino del treno ritrae delle signore nordcoreane, figuranti della propaganda credo, che piangono la morte della loro grande guida.
E io non proseguo nella lettura e son qui che gioco ai ricordi recenti, roba che ormai ho dentro e che sarà di nuovo vita quotidiana tra dieci giorni. Eh: la Süddeutsche era finita.

Dal Frecciarossa Milano-Torino delle 14:10 (con 15 minuti di ritardo)


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 22 dicembre 2011, alle 11:24 | scarti
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2 Commenti »

  1. Bellissimo questo pezzo, davvero.

    Commento by Franz — giovedì 22 dicembre 2011 @ 15:15
  2. Pezzo gustoso più della storia in sè che mi ricorda un giorno di ordinaria follia (giorno sempre più vicino a situazioni reali europee di quanto potesse esserlo anni or sono).
    a presto
    Matteo

    Commento by Matteo — lunedì 9 gennaio 2012 @ 11:53

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