venerdì 30 dicembre 2011

Mi ero perso una cosa: l’ho recuperata

Drei è l’ultimo film di Tom Tykwer, quello di Lola corre, per intendersi. E’ un bel film, è la storia di due quarantenni, una giornalista e uno scultore. Stanno insieme da quasi vent’anni, vivono in una bella casa; Volvo famigliare, niente figli, lavorano molto. Un giorno lei va con un altro: un medico, quarantenne. Succede. Lo scultore e il medico frequentano la stessa piscina; tra i due nasce un rapporto. Succede.
Questo è Drei: una storia d’amore bisessuale, un racconto tenuto in piedi dal solo gioco delle coincidenze. La coppia diventa un trio: senza questa soluzione il film andrebbe da tutt’altra parte, verso direzioni che forse abbiamo già visto. Sarebbe un film tragico, baciapile, una purea di rotture di tabù: lo sdoganamento della depravazione, il sesso tra cowboy, la psichiatria; con un contesto culturalmente lontano per fare vedere una cosa possibile, normale, che succede ovunque, oggi, in una grande città in mezzo all’Europa. Ma stavolta il caso gira, funziona tutto, il succo è presto fatto: c’è l’amore a tre, andiamo avanti, su.

Drei è un insieme di sensazioni, di pensieri spuri, di riflessioni; non ci sono esplosioni, scene sparatutto e sequenze in stopmotion con sotto Fatboy Slim: insomma, manca quello che ci si aspetta da un film di Tykwer, l’azione. Questa volta no, Tykwer ha fatto l’opposto e bene: una cosa semplice con un casting perfetto, un film freddino in senso buono, col profumo di ammorbidente; una fiera di azzurri accostati a dei marroni e dei bianchi con un ritmo quasi nordico e David Bowie che canta Space Oddity: roba da danesi o da svedesi, se non ci fosse di mezzo Berlino con delle location molto turistiche che rubano completamente scena e contesto, «che quelle cose lì possono succedere solo nella capitale della trasgressione; me l’ha detto la moglie del lattaio, l’era scritto sul Chi». Balle.
Drei resta comunque un film alla Tykwer, cioè figo e tamarro, con il fantasma alato della madre morta messo lì come un arcangelo da presepe vivente diafano e svolazzante, un paio di scene girate in teatro mentre danno un pezzo di Bob Wilson e delle vecchie riprese di cortei funebri, splendide, trovate chissà dove, in bianco e nero, usate per alcuni momenti di solitudine dei protagonisti. Sophie Rois, la giornalista, è brava, anche qui; lo scultore, Sebastian Schipper, non lo conoscevo: be’, bravo; il medico, Devid Striesow, così così, ma è un problema mio: è la copia invecchiata dell’assassino di quasi tutti gli episodi di Derrick, anzi forse è proprio lui; insomma, non è facile, capirete.
Il film dura quasi due ore, dentro c’è tanta roba e molto di più; guardatelo, merita. E stavolta lasciate pure stare i popcorn.


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 30 dicembre 2011, alle 23:51 | Orsi d'argento
Tag:, , , , ,

0 Commenti »

Non c'è ancora nessun commento.

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un commento

I contenuti di questo blog sono protetti da una Licenza Creative Commons. Possono quindi essere diffusi liberamente in rete con l'obbligo di citarne correttamente anche l'autore e la fonte, ma non a fini di lucro. L'autore non è responsabile del contenuto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Le immagini presenti nei post e nelle grafiche delle 'categorie' vanno considerate e rimangono proprietà dei legittimi proprietari. (c) 2011 Tommaso Lana powered by Wordpress with Barecity