giovedì 22 marzo 2012

Nemmeno una storia, ma neanche mezza

Da un po’ di tempo al sabato compro la F.A.Z., diciamo da quando ho scoperto gli articoli di Marcus Jauer in fondo alle pagine della cultura. Jauer è uno del ’74 e viene dall’est — per capirsi, da bambino ha fatto in tempo a viversi questa roba qui.
Non è come essere di Castelfranco Veneto o di Treviso; venire dall’est, qui, apre un orizzonte di storie, significati, aneddoti, pregiudizi e cliché che messi insieme formano una bolla culturale che esiste e si evolve nell’intimo delle persone da circa 22 anni. Marcus Jauer viene dall’est e non è bravo: di più.

Mi è venuta voglia di raccontarvi il suo pezzo di sabato scorso (l’originale è qui) in cui ha fatto una specie di bilancio sul ruolo dell’immagine di Angela Merkel nella politica tedesca — e anche europea, in fondo. In realtà il suo testo sembra anche una lettera aperta rivolta all’opinione pubblica e a chi di mestiere racconta la politica; una cosa tecnica, resa accessibile a tutti.

Si chiama ‘La pedagogia di Angela Merkel’, secondo me ha un senso anche per chi non vive qua: perché parla di giornalismo, di politica, del corpo di una donna e di un personaggio senza una storia; perché forse Internazionale non lo tradurrà.
È un commento lento, meditato, una cosa lunga da domenica pomeriggio: spero di non annoiare, provo ad andare leggero.

C’è un dato di fatto che anche in Italia conosciamo molto bene: chi si occupa di politica e di politici per la carta stampata ha bisogno di storie da raccontare; servono un contesto, un evento, alcuni aneddoti, una drammaturgia. Magari i fatti sono una noia mortale, ma con un paio di artifici recuperati dalle biografie, dal brusio, forse anche dalla fantasia si riescono a tirare fuori dei racconti abbastanza leggibili interpretati da degli attori con una fisionomia, un carattere e un passato credibili. Si crea un’immagine: il corpo del politico tagliato a modino per il lettore.

Dall’altra parte anche il politico lavora alla propria figura: di nuovo un corpo, una storia, una faccia che piacciano al giornalista, all’elettore, alla gente. (Tutta questa roba, da noi, la trovate spiegata facile e bene da Marco Belpoliti in un bel libro).
Qui lo fanno tutti, dice Jauer; la Merkel, però no.

Angela Merkel governa da sei anni, è lì, ha battuto i suoi colleghi — tutti maschi — che aspiravano al posto di cancelliere: gente con un nome, un passato, un sorriso, un carattere più o meno artefatto, qualche storia pubblica e dei segreti da tabloid: gente come se l’aspetta il pubblico, in fondo.

Lei invece, racconta Jauer, è semplicemente una che viene dall’est, punto. Quando ha iniziato ad avere visibilità nel suo partito la stampa ha provato a costruirle attorno una storia, un’immagine, un passato: la figlia di un pastore evangelico, la ragazza di una cittadina del nord, la studentessa di fisica, l’attivista per la liberazione. Si, boh, be’: forse.
Sono tutte cose che Angela Merkel non ha mai raccontato in prima persona. La signora Merkel, così Jauer, dalla sua ha sempre avuto solo il proprio presente. E con il suo presente, senza drammaturgie accessorie, adesso è lì, «abolisce il servizio militare, dà il via a una rivoluzione energetica, salva l’Euro».

Gli obiettivi politici di Angela Merkel sono una rivoluzione per il partito conservatore di cui fa parte e anche per l’intero paese, dice Jauer. Sono tutte cose che quella signora persegue senza spunti drammatici, liti particolarmente teatrali, protagonismo infantile, polemiche, urla. Merkel lascia dire, aspetta, paziente, si lascia anche randellare a volte, non c’è problema.
Qui Jauer inserisce un po’ di aneddotica nel suo pezzo, per spiegarsi: racconta cose che in Italia si conoscono poco o per niente. Ricorda l’indimenticabile scena di Gerhard Schröder la sera delle elezioni del 2005: aveva perso, ha esagerato, l’ha schiacciata. E lei lì, tranquilla: conta solo il presente, e il presente in quel momento la dava cancelliera della Repubblica Federale Tedesca.
Poi c’è la storia recentissima della scelta del nuovo presidente della repubblica. Merkel due anni fa aveva rifiutato la candidatura di Joachim Gauck optando per il dimissionario Wulff. Una sconfitta personale, hanno detto. Be’, lei non ne ha mai dato segno, ha tirato dritto, avanti il prossimo. Ah, guarda, c’è Gauck, va bene così.

Angela Merkel, conclude Jauer, in questi anni ha ribaltato tutte le categorie della comunicazione e dell’immagine politica. «Da sei anni il Paese prende lezioni da Angela Merkel, ma non sembra abbia ancora imparato molto», commenta. Marcus Jauer si riferisce al modo di vivere l’aspetto pubblico della politica; parla ai colleghi giornalisti e a noi lettori abituati a leggere e vedere cose che nascono da uno schema classico, forse consumato, della rappresentazione del politico in pubblico. Un mondo a cui la Merkel non appartiene; non le interessa.

I suoi colleghi politici sono ancora lì al trucco, cercano la telecamera e soprattutto il potere. La Merkel invece, ha fatto e farà le cose che ha in testa senza mai dire — questa è mia, per semplificare all’osso — «sono la regina, guardatemi». Non ne sente il bisogno. E chi di lavoro deve raccontare la Merkel fatica a trovare la pista, ché con lei saltano gli schemi.

Tutto ciò fa parte della pedagogia di Angela Merkel, come la chiama Jauer. E sostiene che se avrà successo potrebbe cambiare totalmente il modo di raccontare e forse anche di fare la politica: senza più storie di corredo, immagini necessarie a darle un senso estetico o pensate per confermare e giustificare il nostro passato, la nostra identità. Cose di cui, pare, abbiamo un maledetto bisogno. Noi. Angela Merkel no.

Ecco, fatto.


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 22 marzo 2012, alle 20:25 | Roba politica
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