mercoledì 14 dicembre 2011

Questione di barba e capelli (ma soprattutto capelli)

Lunedì sono successe due cose importanti di politica che riguardano internet. Una è finita sui giornali, alla tele, sui blog, ovunque; l’altra anche, ma proprio poco, un’ombra, niente a confronto. Partiamo da questa.
Commissione parlamentare d’inchiesta “Internet e Società Digitale”, Berlino, 12 dicembre, pomeriggio. Al Bundestag c’è una cosa che si chiama così; ha aperto quasi due anni fa. A fine lavori, tra un anno, i parlamentari della Commissione vogliono avere in mano una serie di proposte per delle nuove politiche economiche e sociali che partano dalla rete. La Commissione ha un sito ben fatto, chiaro, facile da usare, con un archivio delle questioni dibattute e una mediateca: una cosa trasparente, servizio pubblico. I politici di questa Commissione vedono in internet una risorsa, ma, in buona parte, ammettono anche il proprio stato di quasi analfabetismo informatico; e non stanno lì a cantarsela e suonarsela o a far finta di leggere il Wired: invitano gente da fuori che li faccia capire. L’altro giorno hanno chiamato a referto imprenditori, professori e nerd vari per raccogliere informazioni utili ad affrontare in sede politico-economica il tema del finanziamento delle start up, per dire.

La seduta era pubblica, si poteva seguire in streaming mentre un account ufficiale della Commissione protocollava via Twitter. Insomma, è andato in scena un momento di democrazia digitale, bello, serio, senza fronzoli: uno spettacolo (si può rivedere qui; sì, c’è il problema della lingua, lo so). Nelle tre ore a disposizione i politici hanno fatto domande precise, serie, niente pourparler, e hanno dato al pubblico la possibilità di farne delle altre, più specifiche ancora. I nomi degli interrogati non dicono nulla a chi vive fuori di qua, ed è un peccato, ché i libri di Gunter Dueck sulla società degli utenti, le osservazioni di Ruth Stock-Homburg sulla competenza mediatica nella vita privata o le idee di Heiko Hebig su come iniziare a fare impresa in rete sono cose buone per chiunque, anche fuori dai maledetti confini. Questi tre, più altri tre che conosco meno, rispondevano — con calma, utilizzando termini comprensibili a chiunque — a tutte le domande sul mondo dell’economia nel digitale e sul lavoro oggi, ché i tempi del web sono ‘oggi’, già da un bel po’.
Poi — e sai quando ti ricapita — gli esperti hanno provato a togliersi due o tre sassi dalle scarpe: a dirla proprio tutta, e sono riusciti a trasformare la seduta in una lezione pubblica di economia, e anche di coraggio.

Da non credere: lunedì pomeriggio al Bundestag si parlava di formazione, di innovazione come parametro culturale per il futuro, di nativi digitali, dell’importanza del sostegno ai piccoli imprenditori e di quanto sia vecchio e unilaterale il modo di pensare l’impresa in Germania: le cattedrali di ferro, la grande fabbrica, le automobili. Dovevate vedere le facce dei politici quando Heiko Hebig (che qui è noto a tutti come @heiko) si è messo a parlare di sostegno a nuovi modelli sociali e di ribaltamento delle vecchie strutture: sì, c’erano i marziani in parlamento, cantavano e suonavano da dio, sapevano cosa dire e anche come, perché lo hanno già fatto, sono un pezzo vivo della società, già da un po’, e anche del PIL, a ben vedere.

Poi, sempre lunedì, un po’ prima della seduta della Commissione d’inchiesta al Bundestag è successo anche questo.
Direzione Generale per la Società dell’Informazione e i Mezzi di Comunicazione, Bruxelles, 12 dicembre, mattina. Il Commissario Europeo per l’Agenda Digitale Neelie Kroes, olandese, conservatrice, una del ’41, ha presentato in conferenza stampa il nuovo e giovane consulente per internet: Karl-Theodor zu Guttenberg. No. E invece sì; ma non è il giorno della marmotta, è il prezzemolo di questi giorni: Guttenberg si è infilato anche nella politica europea. La sua strategia di riabilitazione (a cui prima o poi il titolare di questo posto dedicherà un blog biografico per evitare di parlare sempre e solo dell’ex ministro plagiario su questo) è geniale: Guttenberg sarà un consulente esterno e gratuito (anche se girava un commento su un blog che svelava la presenza di un committente americano). L’incarico che ha ricevuto in sede europea è questo: favorire lo sviluppo della rete e garantire la libertà di utilizzo delle risorse digitali in paesi governati da regimi autoritari.

Della conferenza stampa di Bruxelles hanno parlato in tanti, tutti: il contenitore era molto più fascinoso e profumato del contenuto. Si sa, i nerd ingialliti seduti al Bundestag sono meno fotogenici, e soprattutto non erano alla ricerca di un palcoscenico.
Su Guttenberg non dico più nulla, altrimenti annoio anche me stesso; l’incarico che ha ricevuto è nei principi una cosa importante; ma, se ho capito bene, in pratica è un atto di politica estera dell’Unione Europea. Come dire: «Sta nascendo la democrazia da altre parti? E noi esportiamo il nostro modello aiutandovi col vuvuvu». Però, se ancora non si riesce a tenere in piedi niente di niente di questo scatolone di stati e lingue e economie, non è forse compito del Commissario Europeo per l’Agenda Digitale chiamare, per esempio, la ballotta che lo stesso giorno faceva cose in Commissione al Bundestag, e chiedere come si fa a costruire un’economia e una società europee partendo, che so, dalla rete? O anche: perché a fine 2011 il destino politico della società digitale in Europa può dipendere dai gusti e dalle pastette di una vecchia signora olandese?

Eh, son domande.


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 14 dicembre 2011, alle 13:41 | Roba politica
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