domenica 16 dicembre 2012

Spingitori

Questa mattina ho letto un pezzo molto bello di Christoph Hickmann (Süddeutsche Zeitung di carta, Nr. 284, 8/9 dicembre 2012) che racconta — con una certa preoccupazione — di un sensibile aumento dei segnali infantili nella comunicazione politica in Germania. Hickmann parla di calo della qualità nei contenuti delle notizie di politica a causa, dice lui, di una pratica abbastanza recente a cui si aggrappano molti giornalisti alla ricerca di fonti e materiale spendibile qua e là: il candystorm. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 16 dicembre 2012, alle 23:56 | Roba politica
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domenica 21 ottobre 2012

Breve storia di un funerale

Helmut Kohl ha ottantadue anni, è lucido, vive su una sedia a rotelle, parla e si muove con molta fatica.
Helmut Kohl è vedovo, sua moglie si è tolta la vita una decina di anni fa.
Si è risposato nel 2008, in forma privatissima, nella cappella di una clinica. I suoi testimoni di nozze erano il magnate della televisione privata tedesca Leo Kirch e Kai Diekmann, allora come oggi caporedattore di Bild.
A quel secondo matrimonio i due figli di prime nozze non sono stati invitati. Uno dei due di recente ha scritto un libro di memorie per sgretolare la rappresentazione perfetta dei Kohl così come all’epoca li conosceva la nazione: una famiglia patriarcale realizzata e felice della benestante provincia meridionale tedesca, una di quelle, per intendersi, che abbiamo visto da bambini fare le vacanze a Lignano, Maccagno, Sirmione; i padri con i basettoni, il riporto o i baffi, gli occhiali dorati e il borsello al volante di una Opel Kadett color crema.
Helmut Kohl, oggi, non ha ancora raccontato tutto quello che questo Paese dovrebbe sapere su uno scandalo di finanziamenti illeciti che ha coinvolto il suo partito, la CDU, mentre lui era cancelliere.

Ecco, Helmut Kohl al momento è tutto questo: negli ultimi anni le copertine dei settimanali, le terze pagine, alcuni editoriali hanno raccontato il decadimento di un grande attore del gossip locale, perché di uno che è rimasto nella politica che conta dal 1969 al 1998 ormai si è scritto tutto e non ce la si fa veramente più. Forse ultimamente all’interno della CDU questa macchietta ha iniziato un po’ a pesare, ad essere ingombrante, a dare fastidio. Così l’altro giorno (in realtà sono già passate tre settimane, sono io che scrivo poco in questo periodo, lo so) hanno messo via Helmut Kohl.

Serviva un’occasione: «Perfetto, il trentennale del primo cancellierato». Ci voleva una location laicamente sacra: «Il cortile del Museo della storia tedesca andrà benissimo». E un discorso: «Ci pensa Merkel, l’ha lanciata lui — la delfina, la delfina». E poi un regalo: «Ma certo, un francobollo!».
Con queste quattro cose, durante una delle cerimonie più tragicomiche che io abbia mai visto in diretta tv si è celebrato il politico, lo statista, il cancelliere della riunificazione, il padre dell’Europa. Nessuno ha parlato di ruggini, di soldi, di mogli, di scazzi. Merkel è riuscita a fare un bel discorso, a caricarlo di ironia e, riconoscente, a sotterrare quel vecchio nel giorno della sua festa. Davvero, senza cattiveria, è andata così. Strano, vero.

Ora se dovesse capitarmi di dover spiegare il concetto di Fremdschämen, l’imbarazzo nei confronti di terzi, be’, oltre alla scena dolorosa e involontariamente comica di una Nilla Pizzi praticamente ingestibile sul palco di un Festival di Sanremo di un paio di anni fa, c’è anche questo Helmut Kohl (qui) che guarda la gigantografia del francobollo che lo ritrae con gli stessi occhi del porco qualche giorno prima di Natale.
Sic transit
eccetera, eccetera.


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 21 ottobre 2012, alle 16:07 | Roba politica
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mercoledì 8 agosto 2012

(Recuperi I) Mezzibüsti

Per tutto il mese di luglio si è fatto un gran parlare di Steffen Seibert e di un suo grave errore di comunicazione. Questo Steffen Seibert è il portavoce del Governo Merkel. Per dirla male e in due righe, il Governo Merkel ha un pessimo ufficio stampa, anzi, no: averne. Sì, è un controsenso, lo racconto e provo a spiegare; ci vorrà un po’.

È successo questo. Mentre era in corso il Consiglio europeo del 28-29 giugno — quello che per molta stampa si è concluso, semplificando, con una vittoria di Hollande, Monti e Rajoy su Angela Merkel — il portavoce del Governo tedesco non ha mai lasciato la seduta, come invece generalmente si dovrebbe fare — e in quelle due giornate hanno fatto i colleghi e omologhi degli altri Paesi — per informare i giornalisti dello stato dell’arte. In pratica, sempre semplificando, mentre Merkel le prendeva, Seibert non ha difeso il terreno e le posizioni tedesche di fronte all’opinione pubblica. La cosa non è piaciuta e all’indomani la stampa nazionale ha iniziato, chi con la delicatezza di uno sguardo di rimprovero e morta lì, chi meno, a mettere in discussione la professionalità del portavoce.

L’apparato ufficiale della comunicazione governativa di Berlino non è un ufficio stampa qualsiasi, proprio perché il suo portavoce, Steffen Seibert, non è uno qualsiasi.
Raccontare l’Ente stampa del Governo federale tedesco, così come qualsiasi altro interno dei palazzi occidentali, diventa quasi impossibile se si è seguaci del prodotto pop più bello che sia mai stato scritto e girato per raccontare la politica a un pubblico ampio: The West Wing. E allora mettiamola così: togliete Sorkin, le decorazioni barocche, i quadri ottocenteschi, i tessuti infiorati dei divani, le penombre; sostituiteli con molto bianco e grigio, luce algida, grandi vetrate, forme geometriche, minimalismo, seggiole imbottite blu elettrico, scranni e scrivanie nocciola, un paio di agili aquile in zama, e abbiamo fatto la scenografia degli interni di qualsiasi sede governativa tedesca. Lì dentro la versione reale e crucca di C.J. Cregg si chiama Steffen Seibert. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, mercoledì 8 agosto 2012, alle 11:20 | Roba politica
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giovedì 22 marzo 2012

Nemmeno una storia, ma neanche mezza

Da un po’ di tempo al sabato compro la F.A.Z., diciamo da quando ho scoperto gli articoli di Marcus Jauer in fondo alle pagine della cultura. Jauer è uno del ’74 e viene dall’est — per capirsi, da bambino ha fatto in tempo a viversi questa roba qui.
Non è come essere di Castelfranco Veneto o di Treviso; venire dall’est, qui, apre un orizzonte di storie, significati, aneddoti, pregiudizi e cliché che messi insieme formano una bolla culturale che esiste e si evolve nell’intimo delle persone da circa 22 anni. Marcus Jauer viene dall’est e non è bravo: di più.

Mi è venuta voglia di raccontarvi il suo pezzo di sabato scorso (l’originale è qui) in cui ha fatto una specie di bilancio sul ruolo dell’immagine di Angela Merkel nella politica tedesca — e anche europea, in fondo. In realtà il suo testo sembra anche una lettera aperta rivolta all’opinione pubblica e a chi di mestiere racconta la politica; una cosa tecnica, resa accessibile a tutti.

Si chiama ‘La pedagogia di Angela Merkel’, secondo me ha un senso anche per chi non vive qua: perché parla di giornalismo, di politica, del corpo di una donna e di un personaggio senza una storia; perché forse Internazionale non lo tradurrà.
È un commento lento, meditato, una cosa lunga da domenica pomeriggio: spero di non annoiare, provo ad andare leggero.

C’è un dato di fatto che anche in Italia conosciamo molto bene: chi si occupa di politica e di politici per la carta stampata ha bisogno di storie da raccontare; servono un contesto, un evento, alcuni aneddoti, una drammaturgia. Magari i fatti sono una noia mortale, ma con un paio di artifici recuperati dalle biografie, dal brusio, forse anche dalla fantasia si riescono a tirare fuori dei racconti abbastanza leggibili interpretati da degli attori con una fisionomia, un carattere e un passato credibili. Si crea un’immagine: il corpo del politico tagliato a modino per il lettore.

Dall’altra parte anche il politico lavora alla propria figura: di nuovo un corpo, una storia, una faccia che piacciano al giornalista, all’elettore, alla gente. (Tutta questa roba, da noi, la trovate spiegata facile e bene da Marco Belpoliti in un bel libro).
Qui lo fanno tutti, dice Jauer; la Merkel, però no. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 22 marzo 2012, alle 20:25 | Roba politica
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venerdì 16 marzo 2012

Angela D ti voglio bene

Chiunque tu sia, ti voglio bene, Angela D.


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 16 marzo 2012, alle 09:36 | Roba politica
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giovedì 12 gennaio 2012

«In realtà purtroppo il Corsera oggi…

…ha ripubblicato integralmente l’intervista».
Questo è il pezzo che ho scritto per Linkiesta sull’intervista di Thomas Schmid a Mario Monti. Sono arrivato tardi. Va be’. Giusto per gli amici e la mamma.

Berlino – Ieri Die Welt, un quotidiano del gruppo Axel Springer, ha pubblicato sull’edizione online del giornale un’intervista dell’editore Thomas Schmid al Presidente del Consiglio Mario Monti.
L’intervista è molto lunga, articolata e, in alcuni passaggi, direi strategica. Il titolo del pezzo prende spunto da una delle risposte che Monti ha dato a Schmid:
‘Perché l’Italia dovrebbe assomigliare di più alla Germania’.
Complice uno stile d’inchiesta differente rispetto a quello dei giornalisti italiani, semplicemente per una questione di prospettiva, il Presidente Monti ha dato alcune risposte che difficilmente si leggerebbero sui quotidiani italiani. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 12 gennaio 2012, alle 18:17 | Roba politica
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venerdì 23 dicembre 2011

«Serviamo il numero: 02»

Christian Wulff è il presidente della Repubblica Federale Tedesca. Da qualche giorno si parla molto di lui per via di un prestito, un credito privato concesso da un amico per comprare casa, anni fa. In realtà la cosa è molto più complessa, ma non serve molto approfondire, ché bastano queste informazioni per capire lo scandalo e andare avanti.
«Il presidente della repubblica deve tagliare nastri e fare bei discorsi, quando le cose vanno bene; è il primo cittadino, ma anche l’ultimo, quando la democrazia e il diritto sono in pericolo». Questa roba si impara a scuola, alle elementari, lo sanno tutti. Da qualche parte c’è anche scritto che se sei un politico e accetti dei soldi — seppur in via del tutto privata — ti rendi autore di una forma di finanziamento illecito al partito che rappresenti. Se sei un politico e fai anche il presidente della repubblica poi, con questo gesto metti in pericolo la democrazia e il diritto, visto che sei il primo garante.
Poi ognuno ha i suoi giri e il candore immacolato non esiste, ma di fondo questa è la regola e se non la rispetti i concittadini ti randellano, ché viene a mancare la base del rapporto sopra e sotto: la fiducia.
Christian Wulff ieri ha parlato in televisione, si è scusato per aver mancato di trasparenza e ha dichiarato di voler restare in carica. Forse si è dimenticato dell’etica protestante, del calvinismo politico e dei trattamenti pece e piume che generalmente riserva l’opinione pubblica all’uomo che sgarra; e va be’.

Gesine Schwan è una politologa tedesca. E una numero due, nel senso che è stata la candidata dei partiti di sinistra alla presidenza della repubblica per due tornate e a entrambi i giri non ha vinto per pochi voti di scarto. L’altro giorno ha scritto un pezzone sulla F.A.Z. (ah, la F.A.Z.): una cosa meravigliosa sulla fiducia. Gesine Schwan ha randellato forte, pur restando sobria, accademica; sia contro lo stile politico di Angela Merkel che contro l’atteggiamento della Germania in Europa: l’uno è causa dell’altro, dice, e parte dal fidarsi, o meglio: dal diffidare.
Gesine Schwan in quel pezzo fa una cavalcata in Allegro con Fuoco, va dritta così, dall’inizio alla fine: la signora Merkel, dice — sto parafrasando per evitare una purea noiosa — agisce da sola perché non si fida: né dei propri colleghi di partito, né dei politici degli altri stati dell’Unione Europea. Confonde l’opportunità con l’opportunismo, a dimostrazione della scarsa attitudine a fidarsi delle proposte o dell’operato di altri. Insomma: un assedio colto e civile nello spazio di due colonne. E’ la prima volta che leggo una critica così diretta alla Merkel, al suo modo di essere; come un editoriale di Günter Grass su Helmut Kohl o una strigliata a Margareth Tatcher: pulita, coraggiosa, concisa, appassionata, consapevole. Bacchettate, con questo finale: «Ma la democrazia senza un minimo di fiducia perde di fondamento, anche in Europa». Come dire: «zia, io te l’ho detto».
Poi, in realtà, nelle parti in cui Gesine Schwan parla di mercati e macroeconomia si nota che non è roba sua: c’è un po’ di postmarxismo accademico, un po’ di utopia, troppa onestà. Ma per tagliare nastri, fare bei discorsi e tutelare la democrazia e il diritto, tipo, andrebbe benissimo anche così; per succedere a quell’altro, dico.


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 23 dicembre 2011, alle 12:04 | Roba politica
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giovedì 25 agosto 2011

«il nonno e lo zio hanno portato la mamma alla gara di scorregge»

Non sarà il mio miglior post, però la roba che sto per dire secondo me va raccontata proprio così, senza stare a nascondersi sotto una coperta di termini tecnici o relegando tutto nella sezione finanze di qualche giornale che poi non leggerà nessuno.
Qui i politici sono tornati dalle vacanze, c’è campagna elettorale per le comunali a Berlino e per le regionali in un Land del nordest e adesso al piccolo economista con gli spread, gli eurobond e le tre A non si può giocare più.
Qualcuno ha messo in giro la voce che siamo nella merda, che forse il cittadino tedesco pagherà di tasca sua i salvataggi finanziari di alcuni paesi europei, che il giochino della banca che toglie dai pasticci l’altra banca che poi toglie dai casini uno stato debole non funziona perché alla fine bisogna vedere «chi salva il salvatore».

Insomma, oggi in Germania si è aperta ufficialmente la stagione dell’euroscetticismo politico e ad aprirla sono stati un vecchio trombone e un muto che ha riacquistato la parola, ma solo per dire castronerie fuori tempo massimo. Il primo è Helmut Kohl che è in fase di riscossa da quando la biografia di sua moglie suicida e un libro-confessione di uno dei suoi figli sono ai primi posti nella classifica di vendite e non danno segni di cedimento. Visto che il vecchio cancelliere esce abbastanza malconcio dalle pagine di entrambi i libri, sembra quasi che stia provando a salvarsi l’anima almeno nella cosa pubblica facendo questo: dispaccia commenti negativi sull’operato della Merkel in «politica estera» senza rendersi conto che il mondo è un po’ diverso rispetto a quando era lui il capo. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, giovedì 25 agosto 2011, alle 22:06 | Roba politica
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venerdì 5 agosto 2011

Al posto di manovra (4 e poi basta)

In questo post tutti i nomi propri possono anche restare senza volto, tranne uno. Il protagonista di questo pezzo si chiama Horst Seehofer, fa il governatore della Baviera.
Un giornalista ha scritto un articolo sul suo stile politico e ha vinto un premio. Ma poi glielo hanno revocato.
(Segue da qui).


Al posto di manovra 4

A un certo punto Michael Glos non ha più avuto voglia di stare agli scherzi. Era capogruppo della CSU, poi Edmund Stoiber lo fece diventare ministro delle finanze, ma aveva un’aria così triste; brancolava per Berlino come un presidente di provincia che si è perso nella politica che conta.
Adesso se ne sta rinchiuso in uno stanzino un piano sopra la Società Parlamentare
(una specie di garante dei rapporti interparlamentari) tutto raggrinzito; è diventato così da quando non è più ministro.
La giacca sembra troppo larga e gli pende all’altezza delle spalle. «Sono il servo di Mißfelder, adesso», dice. Ride a squarciagola, sembra Barney Rubble dei Flinstones. Philipp Mißfelder ha trent’anni ed è portavoce della CDU per gli affari esteri. Glos a dicembre ne farà 66 ed è un semplice membro della commissione esteri. Michael Glos da sempre considera Horst Seehofer assolutamente inadatto a guidare un partito.
Certamente lo invidia per il suo talento oratorio, ma conosce troppo bene anche la sua attitudine a vendicarsi con tutti quelli che hanno fatto ostacolo al suo incedere. «Se ricevete una medaglia, prenderete anche il suo rovescio». Glos sa bene come è fatto il rovescio di Seehofer. Sono rivali da una vita.

Quando Seehofer fu eletto alla presidenza del partito, a Glos rimase come ultima arma il licenziamento, trovò molto meglio sacrificare la propria posizione piuttosto che passare una vita alle sue dipendenze. Un sabato, mentre Seehofer partecipava ad una seduta del consiglio di sicurezza a Monaco di Baviera, gli recapitarono la notizia dell’abbandono di Glos dai suoi incarichi istituzionali. Quella comunicazione arrivava senza preavviso e gli rovinò l’intero fine settimana. Glos gongola ancora oggi, quando ci ripensa. «A Horst non piace per niente se uno che si trova sulla sua graticola, di punto in bianco, prende e se ne va». Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 5 agosto 2011, alle 09:17 | scarti
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venerdì 22 luglio 2011

Al posto di manovra (e 3)

Stanno emergendo un po’ di cose scomode sul conto di Helmut Kohl (ne ho scritto qua, by the way). A 81 anni è tornato e, nel bene o nel male, si è messo a fare argine. Vuole difendere una certa immagine del suo potere che a distanza di anni uno dei suoi figli, oltre al biografo della moglie e ad alcuni giornalisti hanno messo in forse.
Da quando René Pfister ha raccontato sullo Spiegel l’idea di potere scrivendo un reportage sul politico cristiano-conservatore Horst Seehofer — una specie di Kohl in piccolo — le inchieste sui politici di vertice hanno quasi sempre lo stampo di quell’articolo uscito quasi un anno fa. Quando il pezzo di Pfister è diventato famoso per aver vinto-non vinto un premio giornalistico importante avevo iniziato a tradurlo sul blog. Quell’articolo è meglio di un catalogo fotografico o del campionario del tappeziere su come funziona la politica in Germania. Sono uscite due puntate, poi me ne sono totalmente dimenticato. Oggi l’ho ripreso, ché fuori sembra novembre e a parte la Grecia e il tunnel dedicato a Bud Spencer qui in realtà non succede una mazza di niente.

Le prime due puntate sono qui e qui; dateci un occhio, altrimenti perdete il filo. Scrivo due righe per il contesto: c’è un tipo che assomiglia a Peter Boyle, ma con i capelli, che fa il governatore della Baviera, è un conservatore di provincia perfetto, ha una moglie con una pettinatura da parrucchiere di periferia che sembra scolpita nel gesso, la casa in campagna con i piatti souvenir appesi alla parete e un’idea di mondo non più grande del suo giardino; è il leader del partito regionale ultracattolico CSU, ha fatto un po’ di casini e adora essere il primo, sempre. Per il resto siamo in Baviera: tenete a mente tutti i cliché sui tedeschi che conoscete, in questo caso ci stanno benissimo. Per le domande usate i commenti. Pronti, via.

Al posto di manovra 3

Per un bel po’ di tempo non si è parlato di Seehofer, fino a quando la convivenza all’interno della CSU ha cominciato a traballare. Poi è decaduto Stoiber e il partito si è messo alla ricerca di un salvatore, ha interpellato Erwin Huber e Günther Beckstein, ma si sono dimostrati politicamente troppo piccoli per le grandi aspettative della CSU.

Alla fine è rimasto solo Seehofer. L’uomo che sarebbe quasi morto d’infarto, a cui si dava del ‘pazzo’ mentre stava combattendo contro i Fondi Salute della Merkel (vedi prima puntata) e che infine doveva sopportare le beffe dell’opinione pubblica per via di una storia con una funzionaria del parlamento improvvisamente era il vero salvatore, l’ultima spiaggia della CSU.
Potrebbe essere diffcile evitare di morire schiacciati dal proprio desiderio di onnipotenza.  Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, venerdì 22 luglio 2011, alle 11:02 | scarti
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