domenica 19 febbraio 2012

Terzo: (Mercy)



Gnade
, cioè ‘Pietà’, di Matthias Glasner era il terzo film tedesco in concorso alla Berlinale. È una storia triste, l’ennesima in questa edizione supermolle, farcita come sempre di cinema verità, e come non mai di disgrazie famigliari, intrecci zoppi e finali tecnicamente sbagliati.
Certo, è la Berlinale, non è Tribeca o il Sundance: vincerà* qualche lungometraggio del Buthan sulla vita serena di un dentista di campagna sul tetto del mondo, lo sappiamo. Ma poi si corre tutti a vedere le uniche due pellicole americane in gara per compensare: per godere dell’assenza di sbavature, per stare seduti un paio d’ore al buio di fronte alla qualità; e la storia, il regista, la produzione non importano più.

Gnade non è né bello né brutto: è un film lungo, ambientato in Norvegia; è un dramma che si svolge dentro a un documentario del National Geographic. Lo capisce tutto e bene solo un insider che vive e partecipa al flusso pop di questo paese. Mi spiego. Il soggetto è ispirato da un fenomeno sociale recente e molto noto; è il racconto di un pezzo della vita di una famiglia tedesca di quarantenni che ha deciso di emigrare. Succede, abbastanza spesso. Generalmente chi parte appartiene alla middle class dei tecnici: persone che hanno una formazione professionale altamente qualificata — installatori di pale eoliche, infermieri specializzati, falegnami carpentieri, saldatori dell’industria pesante, manovratori di macchine speciali, cose così. La qualità dei tecnici formati in Germania è molto ricercata e ben pagata all’estero, sia nell’Europa del nord che in Australia o negli Stati Uniti. Così chi si è rotto del grigiume e dei quindici gradi umidi per nove mesi all’anno parte con la famiglia e lì dove arriva, di solito, trova e ricomincia. Continua a leggere >


PEZZO DI Tommaso Lana, domenica 19 febbraio 2012, alle 11:23 | Orsi d'argento
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