lunedì 26 settembre 2011

Ungulati e pennuti commestibili fabbricasi

Parlare di zootecnica più o meno a capocchia senza voler fare il saggio di ecologia e animalismo, o di buiatria e panteismo, può funzionare se faccio una premessa biografica e scrivo due righe sulle mie abitudini alimentari.
Ho fatto lo scientifico e poi ho studiato storia, possiedo un
‘certificato di sana e robusta costituzione per la pratica dello sport: surf’ molto recente, non ho ancora letto Eating Animals di Jonathan Safran Foer, da sempre mi curo con la medicina allopatica — cioè quella del dottore della mutua — solo se mi ammalo. E mangio carne: di qualsiasi animale sia in commercio compreso il pesce, non più di tre volte la settimana.

E’ successo che un’associazione ambientalista molto seria, il BUND, verso la fine di agosto ha pubblicato uno studio che mappa le sovvenzioni pubbliche a favore di produttori che gestiscono allevamenti intensivi sul territorio tedesco.
Con gli esiti di questa ricerca l’opinione pubblica si è ritrovata per le mani due o tre dati nuovi e forse inquietanti che raccontano l’etica economica di questo paese da una prospettiva che si conosce molto poco.
Una parte non trascurabile del fatturato dell’export tedesco proviene dalla vendita di carne. Il settore zootecnico rivolto all’esportazione è in grande espansione: molti giganti dell’industria agroalimentare originari di paesi europei geograficamente piccoli, tipo l’Olanda, stanno aprendo grandi stabilimenti proprio in Germania, visto che dalle loro parti si è già raggiunto il tetto dell’impatto ambientale.
Qui invece c’è ancora molto spazio e tanta aria, soprattutto nell’est del paese, dove gli edifici delle vecchie aziende agricole collettive a produzione intensiva della Repubblica Democratica sono ancora in buono stato. Una festa: odore di sterco e ammoniaca per chilometri, sperando che le falde non vengano contaminate.

Carne significa bestie, tante bestie, troppe. Gli animali a volte si ammalano e vanno curati. Ma quello che si fa è una prevenzione totale con grandi razioni di medicinali per tutte le bestie: aspirine e antibiotici. E’ la prassi, si sa.
In questo modo sale anche il fatturato delle aziende del farmaco per il bestiame e il PIL ringrazia.
Capiamoci: il giro di soldi è talmente importante che anche nel regno del rigore calvinista in materia di controlli e certificati, nel caso del settore zootecnico la trasparenza a volte scompare. Si conoscono i silenzi complici della politica e il potere dei produttori di farmaci.
Il consumatore medio non percepisce nulla e ne trae un vantaggio apparente: il prezzo al chilo della carne di maiale al banco macelleria del supermercato è spesso sotto i 3 euro; praticamente ti regalano la carne e ti deve andare bene così.

Da qualche settimana le pagine economiche dei giornali hanno iniziato ad occuparsi della parte sommersa di questo iceberg economico. Dopo l’uscita dello studio del BUND molti veterinari, cioè le persone più imbavagliate della filiera, hanno rotto il silenzio e mettono in discussione un po’ di cose. E’ un po’ come la storia dei panzer ordinati dall’Arabia Saudita quest’estate: scopri i settori produttivi in cui questo gigante un po’ chiattone ripone la propria forza economica e a volte ci rimani male.

Le teorie sugli animali felici possiamo anche dimenticarcele; forse l’idea di animali sani — che vorrebbe anche dire esseri umani sani — può ancora avere un futuro. Al momento però, se non ho fainteso, funziona così: nella zootecnia moderna il veterinario, cioè un medico, uno che lì dentro ha studiato più degli altri è pagato per evitare epidemie, non ha praticamente più voce in capitolo nel dialogo tra produtture intensivo e informatore del farmaco, non riesce a fare il suo lavoro, cioè non può più dedicarsi alla salute dell’animale.
E quando la salute inizia a diventare antieconomica e quindi la si accantona, io poi mi preoccuppo.


PEZZO DI Tommaso Lana, lunedì 26 settembre 2011, alle 14:59 | Roba politica
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